Così parlarono Fibra e Neffa. Secondo voi questi due tornavano a fare un disco insieme dopo 24 anni e ci facevano l’album da dieci tracce? No: sono ben 23 quelle di Zarathustra Style e per 56 minuti e 2 secondi netti ti fanno muovere la testa avanti e indietro. Sembra di essere tornati al rap del 2002, ancora incontaminato da autotune e dalle solite parole chiave: soldi, droga, puttane. Che bello il rap! Neffa e Fibra si stringono la mano per ricordarcelo, perché sì, lo avevamo dimenticato. Puro boom bap costellato di campionamenti: la mano di Neffa sa come toccarti per farti godere. E se anche quella di Zarathustra Style fosse economia della nostalgia, che ben venga. Perché quando un disco è fatto bene possiamo persino chiudere un occhio sulle intenzioni con le quali è stato concepito. E a dirla tutta, Zarathustra Style se è un album pianificato per essere piazzato strategicamente sul target dei nostalgici, lo nasconde bene; perché ha il suono dell’autenticità e di un’unione che torna spontaneamente, fottendosi beatamente di strizzare l’occhio alle logiche algoritmiche. Dopo la collab del 2023, Foglie morte, sentivamo proprio il bisogno di questi due.
Fabrizio Tarducci è in splendida forma, possiamo dire più del solito? Nelle ultime uscite lo avevamo trovato un po’ impigrito: si vede che gli serviva la giusta complicità. Tornare a quando ha iniziato, con chi c’era allora: chi meglio di Neffa? “Friendzone se provi ad andare su ‘sto sample, questa league è per i big champions”: se c’è un verso che possiamo utilizzare per riassumere questo disco è questo di Neffa in Trip. I due vestono i panni del Superuomo nietzschiano: due figure che travalicano le regole e la morale del mercato attuale per dettare una nuova legge fatta di stile e purezza.
Zarathustra Style è un album che fa la selezione all’ingresso: se non hai mai masticato il vero rap di allora, lo puoi apprezzare ma non puoi entrarci davvero. E allora al massimo puoi rimanere ad ammirarlo da fuori, perché solo chi c’era nel 2002 può decifrare davvero questo nuovo cult che si aggiunge alle pietre miliari del rap italiano. Quando sul palco di Party Like a DeeJay avevano presentato il primo singolo, Jay-Z, già lo avevamo intuito che stava per compiersi un pezzo di storia, ma non potevamo immaginare che le altre tracce sarebbero state persino migliori del singolo. Fibra e Neffa non hanno bisogno di sfoderare subito il meglio: i loro nomi insieme sanno già di garanzia.
Eppure il rischio che questo risultasse un ritorno forzato era parecchio alto; invece l’unico rischio che si corre ascoltandolo è quello di rendersi conto che non siamo più abituati al rap di qualità. Il boom bap che scandisce 56 minuti di disco nel 2026 è un vero e proprio salto nel buio: è fuori da ogni tendenza e da ogni logica di mercato che un album abbia in sé 23 tracce con produzioni di uno stesso genere. Oggi nei dischi - anche quelli che nascono da un concept preciso - siamo soliti trovare almeno 3 o 4 generi diversi, e persino in alcuni singoli rap il cambio di flow, metrica o produzione è frequente. Il rischio è quello di annoiarsi, e questo non perché Zarathustra Style sia noioso, ma perché ha il potere di metterci di fronte a cosa siamo diventati: incapaci di essere sempre sorpresi e continuamente sollecitati da stimoli diversi. Fibra e Neffa fanno un disco rivoluzionario non solo perché la qualità è altissima, ma perché 23 tracce sembrano un’unica traccia che varia per 23 volte. E forse per questo i protagonisti dei visual sono le pecore: Fibra e Neffa ce lo stanno dicendo chiaramente. Se Nietzsche in Così parlò Zarathustra descriveva le metamorfosi dello spirito per affrancarsi dalla massa, Fibra e Neffa ci mostrano lo stadio finale dell'ascoltatore moderno: siamo rimasti tutti pecore, completamente disabituati alla qualità e attratti da ciò che l’industria discografica ci imbocca da decenni.
Il rap è in tendenza ormai da anni: chi non ha un parente o un amico che fa rap? Ma quello che facevano, e tornano a fare oggi, Fibra e Neffa è hip hop grezzo, fatto di produzioni essenziali e incastri forse meno di pancia di quelli del 2002 (perché oggi Fabri e Neffa sono adulti e per forza di cose hanno un approccio più razionale alla vita), ma perfettamente intonati ai tempi. Questo deve fare il rap: fare graffiti sui muri che con pochi simboli descrivano ciò che stiamo vivendo nel presente. Se Stupefatti è il pezzo più contemporaneo del disco, Promesse di agosto è la poesia senza tempo: il piano, le rime di Tarducci, il ritornello cantato di Neffa che unisce la sua indole rap a quella pop: ogni cosa rende la canzone incredibile. Dovessimo analizzare ogni singola traccia, non ne usciremmo più: servirebbero venti o più pagine di articolo. Ogni brano, ogni verso e ogni suono dei vari beat meriterebbe un elogio a sé. E non è che vogliamo fare i leccaculo: è che godiamo solo a immaginare le facce dei “rapper” che hanno bisogno di parlare di reati per stare sulla cresta dell’onda. Poi arrivano Fabri e Neffa che ti citano Gino Paoli (in Promesse di agosto) e Mina e Celentano (in Calmi), e improvvisamente ti fanno passare la voglia di dire che fai rap, caro gansta del quartiere. Da oggi, prima di definirsi “rapper”, certi “artisti” dovranno pensarci due volte, perché quello che è successo in Zarathustra Style crea soggezione.
In questo disco c’è tutto, e questo disco del concept se ne sbatte. Le tracce 14 e 15, Demoni e Paradiso, sembrano contrapposte ma sono in fondo facce della stessa medaglia. Money vi insegna come si parla di soldi, come solo Gué e Marracash erano stati degni di fare in Santeria e i Club Dogo dei tempi che furono in Sangue e Filigrana. Il beat è un vero orgasmo, non a caso Fibra ci piazza il solito “Ah” che è ormai il segnale che sta per iniziare a menare sul beat. Nella ventitreesima traccia ritroviamo la stessa voce pitchata dell'apertura: è la teorizzazione dell'Eterno Ritorno di Nietzsche in chiave boom bap.
Che noia questo disco così lungo. Che noia incredibile, bellissima. Che perdita di tempo preziosa. In un panorama discografico in cui tutti fanno a gara per risultare originali, sorprendenti e mai noiosi, Fibra e Neffa rendono la noia la vera novità. Le pecore nei visual video del disco si aggirano per i luoghi della città, nelle stanze e persino davanti al televisore che proietta la performance dei due, a dimostrazione del fatto che, alla fine, nessuno riesce a salvarsi dall’omologazione. Magari persino noi che stiamo mostrando apprezzamento per Zarathustra Style, in questo momento, ne siamo parte. Non si può mai sapere. Per ora, dopo aver finito di ascoltare il disco, lo rimettiamo da capo perché abbiamo ancora voglia di muovere la testa avanti e indietro, rollarci una canna (pure se non abbiamo mai fumato) e annoiarci smodatamente.