Continuo a credere che la serie tv sugli 883, anche la seconda stagione, Nord Sud Ovest Est, possa piacere soprattutto a chi quella musica non la ascolta, non l’ha mai ascoltata e non la ascolterebbe mai.
Lo dimostra il primo dei due episodi già usciti, dedicato al parallelismo con i Righeira, un altro duo che chi scrive reputa inascoltabile. Perdonerete la durezza se serve a esaltare il dolce paradosso che questa serie riesce a produrre.
Nell’indifferenza più totale verso questo genere di musica e queste meteore del mercato discografico italiano, si può restare incollati alla tv guardando su NOW la storia di due ragazzi che fanno ridere non solo quando son comici, ma soprattutto quando dovrebbero essere drammatici.
Un accenno di tradimento-barra -confusione-sentimentale-barra-disorientamento-esistenziale, declinato con la fisica quantistica nella sua interpretazione new age e da santoni spiegata dall’amico proprietario di una sala giochi a Pavia, roba che ad altri ha imposto versi come “Io è un altro”, produce un “Starò cercando lei o forse me?”
Ma la bellezza è proprio qui, in questa scarna comprensione del reale, profonda e soggettiva. Usiamo il termine giusto: provinciale. Questo provincialismo pacioccone, innocente, in anni che hanno fatto dell’innocenza e del rifiuto della politicizzazione un mantra del buon vivere, questo “pop”, che è sempre in un certo senso qualcosa di provinciale, funzione come una sonda ben dentro le infrastrutture del reale.
Nell’era dei social, e dell’apparenza perenne, dell’onlife performativo, dell’influencerismo che tocca tutto e tutti, nell’ere di quel Re Mida di Zuckerberg capace di trasformare la personalità in mera futilità, in esposizione veloce, la carriera e la possibilità di spaccare in un mondo offline, circoscritto, chiuso, pure soffocante, è una benedizione.
Questa serie, che è fatta benissimo, non è dotata di quella “leggerezza” calviniana e mid-cult, ma di una leggerezza più pura, di una mediocrità naturale, paesana, democratica, e ancora amabile e necessaria.
Mi viene in mente il titolo di un libro del filosofo Luigi Alici, Il cielo di plastica. In un mondo liofilizzato, di estetica razionalizzata, la sacra e aurea spontaneità del volgo va preservata.