Vado ai concerti di Max Pezzali, vado e mi diverto, piango, canto, torno ad avere 15 anni, con le mie serate estive a Capoterra, la compagnia del bar, le delusioni sentimentali formato adolescente. Poi si spengono le luci, riprendo la macchina, torno a casa e rientro nella mia vita da adulta. Criticare Max Pezzali è complicato. Perché prima ancora di essere un cantante, per molti di noi è un pezzo di memoria e con la memoria non si discute. Quando hai vent’anni ascoltavi Max Pezzali perché parlava del tuo presente; quando ne hai 40 o 50 ascolti Max Pezzali per dimenticare il tuo presente per un paio d’ore. Il problema di Max Pezzali è che sembra congelato negli anni '90 e anche con Le Ali - torna a guardare indietro. Sicuramente lo fa per lanciare la serie TV (la seconda stagione della storia degli 883), riaccendendo la scintilla della nostalgia pop per fare da colonna sonora al racconto delle sue origini, ma io vorrei sentire il Max adulto che racconta la vita con la stessa onestà con cui ha raccontato i primi baci o i pomeriggi a cazzeggiare. A guardare questa eterna celebrazione del passato viene in mente una figura tipica del cinema americano: il giocatore di football della scuola superiore. Quello che a 40 anni, al bar del paese, indossa ancora la giacca con le lettere del liceo e racconta a tutti di quel touchdown leggendario segnato nel ’92, come se il momento più bello della sua vita si fosse fermato lì e tutto il resto fosse solo un lungo, grigio contorno.
Ecco, Pezzali rischia di fare questa fine. Non si tratta di rinnegare il passato o di smettere di cantare a squarciagola nei palazzetti, ma da un artista che ha saputo fotografare così bene la nostra generazione ci si aspetta pure un sequel, dove ci racconta la bellezza, le difficoltà e la fatica di essere diventati grandi. quelli che cantavano Hanno ucciso l'Uomo Ragno oggi hanno mutui, figli adolescenti, separazioni, genitori che invecchiano e continuano ad avere paura, ad innamorarsi e a fare cazzate… solo diverse. Ecco cosa vorrei da Max Pezzali: non che smettesse di riportarmi a quindici anni, ma che ogni tanto venisse a cercarmi anche qui, dove sono adesso. Perché la nostalgia è un posto bellissimo in cui tornare, ma non può diventare l'unico posto in cui vivere. Io continuerò ad andare ai suoi concerti, a cantare, piangere e ricordarmi di chi ero. Poi però si accendono le luci. E fuori dal palazzetto abbiamo tutti una vita che Max Pezzali non ha ancora raccontato.