Quando mi sono approcciato a Le ragioni del disamore di Federica Gregoratto, l’ho fatto per due ragioni principali. La prima, quasi scontata, era che, in effetti, almeno a che io avessi memoria, non sono tantissimi i saggi, ma in senso più lato i libri, che trattano della fine dell’amore, anzi, ancora meglio, proprio delle ragioni che giustappunto sottendono il termine di un’esperienza amorosa. La seconda è che questa analisi veniva da una docente di Filosofia morale e politica; quindi, l’esplorazione sarebbe stata condotta attraverso i meccanismi e gli strumenti della filosofia. Avevo altresì molta curiosità di vedere se ci sarebbero stati, come del resto il curriculum di Gregoratto poteva far pensare, anche dei risvolti politici, sociali, financo economici, appunto, in questo suo ragionamento.
Alla fine della lettura, di un libro che mi è piaciuto tantissimo, molto più delle aspettative, mi sono accorto che Le ragioni del disamore è simile anche a un diario intimo e a un taccuino di letture (che l’autrice ha fatto e che io, ancora, non ho tutte completato) più che a un saggio di natura filosofica, pur mantenendone tutte le caratteristiche, le tesi e le qualità.
Il libro ha una struttura molto semplice, con una divisione in sei capitoli che vanno a esplorare diversi ambiti della fine dell’amore, denunciando, diciamo così, sin dalle prime pagine, una certa qual latitanza del discorso filosofico, e soprattutto dell’analisi filosofica, appunto di questo fenomeno; se è vero come è vero che la filosofia, come anche buona parte della psicoanalisi, si è molto interrogata sull’amore, sulla nascita di esso e anche sulle sue derivazioni erotiche, meno è stato studiato in merito alla sua fine. Gregoratto perciò si tira su le maniche della camicia e inizia a esplorare questo confine tra ciò che è stato e ciò che non è più. I capitoli riflettono questa natura avventurosa dell’esperienza di analisi, con titoli come “La rabbia del fantasma” oppure “In esilio dal mondo” o anche “Alla fine (dell’inizio)”, titolo molto bello, per altro.
L’originalità, però, del libro di Nottetempo è che l’analisi viene condotta, grosso modo, su due piani, più uno suppletivo che sottende questa coppia generale. Il primo piano è quello del ragionamento filosofico, ovvero della scarnificazione del sentimento della fine dell’amore in un ambiente giustappunto di teoria della filosofia. Gregoratto non sceglie mai una prosa complessa o volutamente sapienziale, ma anzi è accogliente, ma mai sciatta o banale, dando modo alla lettrice e al lettore, magari anche molto digiuno (o digiuno totalmente) di “cose della filosofia”, di orientarsi tra le pagine senza smarrirne appunto quella fiaccola, per altro di luce azzurra (spiegherò poi il perché del colore), che l’autrice reca con sé.
L’altro piano, decisivo, è quello del diario intimo, ovvero della nota, più o meno autobiografica, che l’autrice ha posto in queste pagine. Attraverso infatti frammenti, più o meno micro, più o meno macro, della fine della sua storia d’amore con il tal “Lupo”, andiamo a toccare con mano e vedere con occhio, nel dato reale e pratico, le teorie filosofiche presentate un attimo prima. Attenzione, va fatto un distinguo per onestà intellettuale. Il libro non è meccanico, mai, e non è che lo schema “prima ti presento la teoria, poi ti racconto la pratica” sia sempre e comunque rispettato, ma le cose sono molto più ibride, fluide ed eleganti di così. Le ragioni del disamore si legge molto di più, davvero, come un journal intime che come un saggio di filosofia “duro e puro”, eppure ne mantiene tutte le caratteristiche (anche dal punto di vista bibliografico).
Il piano “bonus”, quello che forse più mi ha colpito e che non mi sarei mai aspettato, sinceramente, di trovare, è quello più squisitamente letterario. Ovvero, dove l’analisi filosofica e la confessione autobiografica non arrivano, o arrivano in parte, Federica Gregoratto snocciola una serie di autrici e autori fondamentali per il suo percorso e per questo libro, tramite il già citato taccuino di letture che, almeno a me, ha fatto riempire carrelli su carrelli, più reali che ipotetici, di negozi virtuali di libri, romanzi, saggi e altre letture in genere.
È una costellazione molto ampia, che va dalla filosofia alla narrativa, dalla teoria femminista alla poesia, e nella quale Gregoratto si muove non tanto per trovare conferme a una tesi già data, quanto per cercare altre parole, altre immagini e altre esperienze possibili del disamore. Platone e Hegel convivono così con le filosofie femministe contemporanee, la cultura pop con la tradizione letteraria, i libri con i film: non una bibliografia esibita, insomma, ma quasi una biblioteca sentimentale, da aprire ogni volta che la sola teoria, o la sola esperienza personale, non sembra bastare.
Gregoratto, per un tema tanto affascinante come la fine dell’amore, certo dolorosa, ma con aspetti e risvolti politici ed economici, sembra come dirci che oltre alla teoria e alla pratica c’è anche la prosa (o la “poesia”, se volete) della letteratura, e anche dei film, ad aiutarci, ancora una volta, a non perdere la luce nella foresta o nella grotta del mondo. Specie quando ne siamo o irretiti o confusi proprio a seguito di una rottura d’amore.
“Non so come sarà la mia me a venire, quali saranno i suoi valori, desideri e convinzioni, ma so che non si pentirà di averlo voluto scoprire”.
Quindi le ragioni, le teorie e le motivazioni contenute in questo, bellissimo, libro ve le lascio scoprire, e ragionarci da voi; elencarle brevemente o per sommi capi sarebbe fare torto all’autrice e all’economia generale del saggio. Vi basti sapere che in queste pagine così piene di vita vissuta e amori sopiti, esplosi o finiti, c’è anche tanto femminismo (critico e consapevole degli inciampi, magari, ma anche delle infinite possibilità e di come non si possa, non si debba, più tornare indietro) e ragionamento su quanto l’amore, e la fine di esso, siano anche un dato economico, politico e sociale, finendo inevitabilmente per riflettersi anche sulle teorie del mercato.
Vi è anche la violenza, che attraversa queste pagine in forme e intensità diverse e che sarebbe sbagliato considerare soltanto come un accidente, qualcosa che succede, talvolta, all’interno dell’amore o alla sua fine. Perché nel ragionamento di Gregoratto la violenza ha a che fare anche con il potere, con i rapporti tra i generi, con quello che pretendiamo dall’altra o dall’altro e con ciò che crediamo ci sia dovuto in nome di un sentimento. Qui è, proprio qui che il disamore smette definitivamente di essere una faccenda soltanto privata, qualcosa che riguarda due persone chiuse in una stanza, e diventa invece una questione politica, sociale, collettiva. Una delle parti più dure del libro, certo, ma anche una di quelle da cui sarebbe più difficile, e più ingiusto, distogliere lo sguardo.
Quindi, un libro proteiforme, avrebbero detto gli antichi con una parola tanto bella. O anche un libro-farfalla, che muta a seconda di “come” lo si approccia e con quale “animo”, o anima, se preferite. Che poi era la stessa parola che i Greci antichi usavano, appunto, per farfalla: psyché, ψυχή, anima e farfalla insieme. Una farfalla immersa in una luce azzurra, quella dell’inizio, quella in cui i grandi amori sono immersi, e anche il ricordo di essi alla loro conclusione, la consapevolezza della loro irrimediabile fine, che non è il termine del mondo ma il segno del tempo che è passato su di noi. E che ci rende quello che siamo oggi e che ci offre le coordinate per ciò che saremo domani e doman l’altro.