Whalefall è un film con delle belle ambizioni, visivamente molto riuscito e capace di regalare sequenze davvero interessanti. Ma è soprattutto nella messa in scena che dimostra la propria superiorità. Dove Kraus spesso racconta e spiega, il cinema mostra, e lo fa con una forza che la pagina scritta raramente raggiunge. Una differenza che si avverte soprattutto nella costruzione del protagonista.
Nel romanzo Jay è una sorta di MacGyver dei fondali, sempre pronto a trovare la soluzione giusta al momento giusto. Nel film, invece, è un ragazzo pieno di contraddizioni, dubbi e paure, decisamente più umano e interessante. Austin Abrams è molto bravo a restituire questo spaesamento, soprattutto quando il presente si mescola ai ricordi del passato e al rapporto irrisolto con il padre. Non c'è mai la sensazione di trovarsi davanti a un eroe, ma piuttosto a un ragazzo che cerca disperatamente di capire cosa fare e, soprattutto, cosa abbia perso.
Jay è un giovane subacqueo che torna nelle acque della California per recuperare i resti del padre, morto durante un'immersione. Tra i due c'era un rapporto difficile, fatto di incomprensioni, rancori e parole mai dette. Ma quella che dovrebbe essere una discesa negli abissi per chiudere i conti con il passato si trasforma presto in un incubo: Jay viene inghiottito da un enorme capodoglio e si ritrova intrappolato al suo interno, con pochissimo ossigeno e una possibilità di sopravvivenza che sembra praticamente nulla.
E poi c'è Josh Brolin, nei panni del padre. Perfetto. Innanzitutto per la fisicità, il volto, la presenza scenica, ma soprattutto per quella sorta di sapienza antica, burbera, scontrosa e a tratti persino ottusa che riesce a trasmettere. È un uomo convinto di sapere come funziona il mondo, incapace di comunicare davvero con il figlio e di mettere in discussione le proprie certezze. Brolin riesce a rendere tutto questo senza bisogno di grandi spiegazioni, semplicemente calandosi in un personaggio che sembra essergli stato cucito addosso. Non tutto, però, funziona.
La prima parte, per esempio, è abbastanza da bocciare. Il film riesce nel paradosso di essere troppo lento e troppo veloce contemporaneamente. Troppo lento nello scoprire i sentimenti del protagonista, riproponendo alcune delle esitazioni del romanzo che sullo schermo pesano ancora di più. Troppo veloce, invece, nel portarci all'interno del capodoglio. Si capisce che il vero cuore della storia sia quello, ma la scelta è troppo repentina e anche piuttosto povera dal punto di vista cinematografico. Soprattutto perché ci priva del combattimento tra il calamaro e il capodoglio, che nel libro è scritto magnificamente e rappresenta uno dei pochi momenti in cui Kraus riesce davvero a dare il meglio di sé. Una volta entrati nella balena, però, cambia tutto: lo spazo, i suoni, persino l'aria. O l'acqua se preferite.
L'interno del capodoglio sembra uscito direttamente da Alien. Più che uno stomaco, è una specie di astronave biomeccanica, fatta di tessuti, fluidi, cavità e superfici organiche che pulsano e si contraggono. Una ricostruzione che si prende parecchie libertà, ma che funziona benissimo, perché riesce a mantenere un minimo di plausibilità biologica senza rinunciare allo spettacolo. E soprattutto perché trasforma il corpo del cetaceo in un ambiente ostile, soffocante, disgustoso, ma anche incredibilmente affascinante. Ottimo anche il lavoro sul sonoro. Il suono titanico del capodoglio è restituito con una potenza impressionante, così come tutti i rumori interni, i fluidi, le contrazioni, le lacerazioni. Si ha continuamente la sensazione di trovarsi dentro qualcosa di vivo, di sentirne quasi la consistenza. Da questo punto di vista il film riesce a essere molto più coinvolgente del romanzo.
Ma la differenza più importante riguarda proprio il corpo del protagonista. Nel libro si avverte spesso una certa plot armor: Jay sembra protetto dalla narrazione, capace di cavarsela anche nelle situazioni più assurde grazie a un'ingegnosità quasi sovrumana. Nel film questa sensazione scompare. Ogni tentativo di sopravvivere ha un prezzo, e quel prezzo viene pagato fisicamente. Molto riuscita la scelta di sottoporlo a una serie crescente di menomazioni e limitazioni fisiche. Con il passare dei minuti Jay si consuma, si lacera, perde progressivamente le proprie capacità. Non è il solito protagonista che attraversa l'inferno uscendone miracolosamente intero. Qui ogni ferita resta, ogni perdita pesa, ogni movimento diventa più difficile.
Ed è proprio questa fisicità a rendere il film così efficace. Il dolore non viene soltanto raccontato, ma diventa qualcosa di concreto, che si vede e quasi si sente. Anche il rapporto tra il protagonista e l'enorme animale che lo ha inghiottito acquista così un significato che va ben oltre la semplice lotta per la sopravvivenza. Peccato per il finale, davvero troppo stucchevole. A un certo punto il sentimentalismo diventa talmente insistito che ho cominciato seriamente a temere per la salute dei miei denti. Un eccesso di zucchero emotivo che finisce per appesantire proprio quello che il film aveva già raccontato benissimo attraverso le immagini, senza bisogno di sottolineature. Nel complesso Whalefall è un ottimo film, anche se molto discontinuo. Ha dei bassi evidenti, alcuni anche piuttosto fastidiosi, ma raggiunge picchi visivi, sonori ed emotivi davvero notevoli. E soprattutto riesce in un'impresa che non capita così spesso: essere decisamente migliore del libro da cui è tratto.
Perché, per quanto premiato e celebrato, il romanzo di Daniel Kraus resta un'opera piuttosto modesta, con alcune ottime intuizioni che non trovano mai una forma narrativa altrettanto convincente. Il film, con tutti i suoi difetti, quelle intuizioni riesce finalmente a trasformarle in cinema.
ATTENZIONE: DA QUI SPOILER SUL FINALE
Una delle sequenze più belle arriva proprio verso la conclusione, durante il combattimento con le orche nelle profondità dell'oceano. Il capodoglio diventa quasi fluorescente nel buio degli abissi, mentre le orche vengono illuminate dalle onde sonore emesse dal cetaceo. Bellissima la scelta di lavorare in negativo sulle immagini, quasi a voler restituire anche visivamente la progressiva perdita dei colori nelle profondità marine. Una scena di grande inventiva, che da sola vale buona parte del film. Qui il film si prende delle libertà rispetto al romanzo e lo supera a destra senza se e senza ma.
Comunque è soprattutto il parallelismo tra il protagonista e il capodoglio a rendere davvero potente questa parte del racconto (non solo con il padre, ovviamente). Entrambi si consumano, vengono feriti, perdono progressivamente qualcosa di sé. Il corpo di Jay si deteriora mentre quello dell'animale subisce un processo analogo, creando una corrispondenza fisica e simbolica che funziona benissimo. Più si avvicina la possibilità della salvezza, più entrambi devono pagare un prezzo.
Per ritrovare qualcosa bisogna perdere qualcosa di sé. È questa probabilmente l'intuizione migliore del film, e anche quella che rende più evidente la distanza dal romanzo. Kraus ha bisogno di molte parole per raccontare il dolore del protagonista; qui bastano un corpo che si distrugge e un animale che lentamente muore. Il risultato è molto più potente.