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10 gennaio 2021

Adieu Africain! Se ne è
andato Hubert Auriol, il Re della
Dakar che vinse anche da sconfitto

  • di Emanuele Pieroni Emanuele Pieroni

10 gennaio 2021

Ha vinto due volte in moto e una in auto, ma la sua vittoria più bella, quella che è rimasta nella storia rendendolo definitivamente leggenda, è stata in verità una "non vittoria": indimenticabile il suo grido al traguardo, dopo decine di km in sella alla Cagiva con entrambe le caviglie rotte

“Ciao Hubert Auriol, non ti dimenticherò mai. Mi hai insegnato come si vive nello sport” – Le parole sono di Carlo Pernat, uno che di solito ne ha sempre molte da usare. Tranne quando non servono, quando, insomma, c’è da salutare un gigante. Hubert Auriol, l’Africain, infatti, è morto all’età di 68 anni: faceva i conti con il recente dramma della perdita (a causa di un incidente) della madre delle sue figlie, con alcuni problemi di salute e, ultimamente, anche con il Covid19.

Il destino, spesso, scrive pagine tragiche in momenti che rendono il senso di un qualche disegno, perché non si può non sottolineare come questo lutto, che segna l’uscita di scena di un gigante della storia della Parigi-Dakar, sia arrivato proprio mentre è in corso una Dakar. Lui, Hubert Auriol, ne aveva vinte tre, due in moto e una in auto e ci era andato vicinissimo altre due volte, in sella ad una Cagiva. E probabilmente la sua vittoria più bella fu proprio quella volte che non vinse affatto. Era in testa, all’ultimo giorno di gara, ma ebbe un incidente. Nello sport, e forse è proprio questo che ha voluto ricordare anche Pernat, ci si sta con l’animo di chi non molla mai, di chi vuole vincere anche quando tutto suggerisce di arrendersi. Hubert Auriol quella volta non si arrese ed arrivò comunque al traguardo, nonostante entrambe le caviglie spezzate. Un’impresa che non gli valse la vittoria, ma la leggenda, con il filmato di quel giorno che, oggi, è tornato tristemente attuale.

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In Africa c’era nato, in Africa aveva scritto pagine indimenticabili di sport e della storia della Dakar, guadagnandosi l’appellativo di “Africain”. L’ultima volta nella corsa delle corse era stata a 54 anni, dopo aver vinto, appunto, sia in moto sia in auto, e questa volta al volante di una Isuzu. Aveva avuto ruoli anche importanti all’interno dell’ASO, che organizzala competizione, ma la sua casa era il deserto, non la scrivania.

Tantissimi, in queste ore, i messaggi di cordoglio che arrivano da tutto il mondo, i “pezzi” che ricordano le sue imprese o più semplicemente quelli che raccontano un uomo che aveva saputo vivere accordandosi con il ritmo di cilindri, sterrati e sabbia. “Non ho mai creduto – aveva detto in una recente intervista per BMW - che la Parigi-Dakar potesse diventare uno stile di vita e ispirare tante persone.  Invece ho scoperto sulla mia pelle che la Dakar è un modo di vivere, uno stile, se vogliamo chiamarlo così"

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