Che Hamilton i simulatori non li abbia mai amati nel paddock si sapeva già. Eppure, a Montreal non smette di sottolinearlo. Lo ha fatto nella conferenza stampa del giovedì, poi un’altra volta con ancora più convinzione subito dopo le qualifiche Sprint chiuse in quinta posizione e davanti a Charles Leclerc.
Ma facciamo un passo indietro. Prima del weekend Sir Lewis aveva parlato chiaro: niente simulatore per preparare il Gran Premio. Dopo Miami, dove aveva avvertito una discrepanza netta tra il lavoro fatto in fabbrica e quello della pista, aveva deciso di cambiare approccio. Meno preparazione virtuale, più analisi dei dati e più dialogo con gli ingegneri. La sensazione era che il simulatore spesso lo costringesse a ripartire da zero una volta arrivati in pista, vanificando il lavoro fatto durante la settimana.
Non è una novità nella sua carriera. Hamilton ha sempre avuto un rapporto complicato con questo strumento e, proprio in apertura di weekend, lo aveva raccontato senza troppi fronzoli: “È uno strumento molto potente che continuiamo a far evolvere, ma con la simulazione ho la sensazione che i punti di riferimento cambino continuamente. Ho iniziato a guidare al primo simulatore nel 1997 alla McLaren, dove l’abitacolo non si muoveva ma avevamo il force feedback sul volante. Poi sono passato alla prima vera generazione in GP2 e in McLaren, ma non mi piaceva particolarmente perché erano giornate lunghe e si facevano troppi giri; per me arriva un momento in cui, facendo così tanti giri, smetti di imparare”.
Anni dopo, la storia si ripete una volta arrivato in Mercedes: “Erano piuttosto indietro e nei campionati che abbiamo vinto l’ho usato raramente. Abbiamo ricominciato a utilizzarlo un po’ di più nel 2020 o 2021, ma in vent’anni c’è stata una sola volta in cui l’assetto trovato era lo stesso usato in qualifica per fare la pole position: è successo a Singapore, nel 2012. Tutte le altre volte non è mai stato perfetto. Nell’ultimo anno lo usavo ogni settimana, ma arrivato in pista scoprivo che era tutto l’opposto. Mi costringeva a cancellare ciò che avevo imparato”.
A Montreal la scelta, almeno a primo impatto, sembra aver pagato: “Probabilmente questa è stata la migliore sessione di qualifica che abbiamo avuto finora. Abbiamo fatto un ottimo lavoro con gli ingegneri, abbiamo fatto dei cambiamenti all’assetto che mi hanno fatto sentire benissimo e poi abbiamo fatto qualche altra piccola modifica per le qualifiche. Le Q1 e Q2 sono andate abbastanza bene. Poi non so perché, gli altri forse accendono un po’ di più il motore. Comunque sono contento di essere stato lì in lotta e mi sono divertito tantissimo oggi in pista”.
Un attimo dopo, però, ecco l’ennesima bomba: “Inoltre, credo che non avendo lavorato nel simulatore mi sono sentito meglio rispetto a ogni altro weekend quest’anno. Forse è quella la strada che bisogna seguire”.
Ma cos’è che nello specifico è cambiato nella preparazione del fine settimana? Tutta questione di dati: “Abbiamo lavorato davvero tanto analizzando i dati delle ultime settimane. Ho trovato questo molto più utile, ci ha dato molti più benefici. Ho trovato anche l’ottimizzazione della stabilità della macchina e il bilanciamento meccanico scegliendo un assetto che non avevamo mai usato finora. Credo che questo abbia trasformato la macchina, per cui spero che questo sia un buon auspicio anche per i prossimi weekend”.
C’è però un aspetto che va oltre la questione tecnica. Hamilton con la stampa è un maestro e sa benissimo come gestire la narrativa intorno a sé. Parlare del simulatore in questi termini sposta l’attenzione sul suo metodo di lavoro, dando di sé l’immagine di uno che cerca soluzioni e le trova, che dialoga con gli ingegneri e che trasforma la macchina. Quando le cose vanno bene, la storia diventa la sua. Quando vanno male, si presenta come leader che lavora per il team e che lo spinge a dare il massimo. Essere un campione significa anche questo ed Hamilton è uno di quelli che sotto questo punto di vista ha sempre fatto la differenza.
Eppure, viene da chiedersi se davvero in Canada sia stata la mancata preparazione al simulatore a fare la differenza. Perché forse, più di tutto il resto, conta il fatto che a Montreal Sir Lewis ci ha vinto ben 7 volte, il pilota che più volte è salito sul gradino più alto del podio assieme a Michael Schumacher. Insomma, un dettaglio non di poco conto.