Stranger Things 5 si è riscattato alla grande nella puntata finale. Adesso possiamo dirlo, da superfan della serie: ma ci sono stati due elementi che hanno fatto rischiare grosso a tutta la narrazione che ci ha accompagnato per dieci anni e che, se non fosse stato per il finale (no spoiler: ce lo porteremo dietro per il resto della nostra vita, come ogni “classico”), avrebbero potuto vanificare tutto. Il primo è un problema attoriale. Il secondo è un problema di scrittura, che non sappiamo se attribuire ai fratelli Duffer o a Netflix.
Le labbrona di Millie Bobby Brown e la recitazione monofaccia
Tutta compresa in se stessa, tutta seriosa, tutta con il mondo che grava sulle spalle.
E più diventava evidente che gli altri componenti del gruppo avevano la stessa importanza di Undici nella lotta contro Vecna, nessuno escluso — persino la combriccola favolosa dei nuovi entrati (su tutti Holly Wheeler e Derek Turnbow, interpretati rispettivamente da Nell Fisher e Jake Connelly) — più Millie Bobby Brown sembrava sentirsi in dovere di restituire al pubblico una Undici avvoltolata sulle labbra soprannaturali e sul sopracciglio perennemente alzato.
Secondo la Brown, tutto questo avrebbe dovuto rappresentare profondità e responsabilità.
In realtà, sembrava Carolina Crescentini nei panni di Corinna Negri (“maledetta ca*na”) in Boris.
Come se Millie Bobby Brown volesse resistere al naturale sviluppo della narrazione, in cui lei non era più il centro assoluto.
L’attrice ha affermato che né le labbrone né la fronte immobile siano frutto di interventi chirurgici filleranti o botoxanti, ma solo l’effetto di famose cremine che usa. Sarà.
Ma non è solo una questione di faccia: è Millie Bobby Brown che ha tradito Undici.
E no, non si tratta di giudicare le scelte private di un’attrice — tantomeno di una che ha conosciuto un successo improvviso in giovanissima età — ma di constatare che Millie Bobby Brown ha voluto veicolare l’immagine di sé cresciuta troppo in fretta, l’immagine di un’attrice che cerca di fuggire dall’adolescenza.
Quando Stranger Things è una serie che non solo parla di adolescenza, ma dell’importanza dell’adolescenza come categoria del pensiero: quella che apre le porte a una fantasia che a volte è più reale del reale, quella che apre le porte della fede.
Il coming out di Will
Si era già capito.
Lo avevano capito tutti.
C’era davvero bisogno del discorsone finale?
Lo dico perché, a quanto ricordi — fatte le dovute eccezioni — negli anni ’80 l’omosessualità non era caricata di questa drammaticità obbligatoria che oggi la cultura woke pretende, come se le preferenze sessuali dovessero per forza avere un valore salvifico o come se gli appartenenti alla comunità LGBTQA+ avessero superpoteri solo per il fatto di riconoscersi tali. Negli anni ’80 c’erano Boy George, Jimmy Somerville, Freddie Mercury, c’era l’androginia di David Bowie, c’era Renato Zero. Magari se ne parlava meno, ma non ricordo fosse diverso per gli eterosessuali: erano anni più educati, si parlava meno di sesso, non si faceva delle preferenze il centro del mondo. E comunque, se proprio si voleva portare avanti una lotta contro il patriarcato, almeno non affidarla a un personaggio senza padre. Il coming out, semmai, andava fatto con il padre presente. O mi sbaglio? Quanto questo eccessivo sottolineare l’omosessualità di Will sia stata una scelta furba dei fratelli Duffer o una imposizione di Netflix resta tutto da capire.
Lo dico io, che nei miei romanzi — Lou Sciortino è del 2004 — inserivo personaggi gay semplicemente perché esistono nella realtà, e mi sembrava ovvio che esistessero anche nella narrazione.