Caro Vittorio,
mi sento in colpa, ti ho abbandonato, o forse non sono riuscito a mettere il piede nella porta della tua coscienza per forzarti a uno spiraglio. Professo’, mi sento in colpa, non sono riuscito a teologizzarti, non sono riuscito a forza a farti riflettere sul “vivere per la morte” di Martin Heidegger, non sono riuscito a farti leggere “De Mundo Pessimo” e “La Consolazione” di Manlio Sgalambro. Non l’ho fatto quando giovane e tu giovane ho passato con te anni folli. Io, mandato a Roma dalla mia famiglia per “imparare” la mondanità, nella tradizione del Grand Tour che facevano i giovani aristocratici che si affacciano, appunto, al “mondo” (ma ero già “distante”, avevo divorato “Il mondo come volontà e rappresentazione” di Schopenhauer), tu nel pieno della tua ascesa (o discesa) nella fama. Ma Maestro migliore di te, sulla ‘mondanità’, non avrei potuto avere. Per questo, dopo avere lavorato in Bompiani con la Gentile Elisabetta, sono scappato a gambe levate. Vivere per la morte: hai sempre avuto troppa ‘vita’.
Io mi preparo da sempre alla morte, alla putrefazione, allo scroto cadente, alla perdita del bestiale entusiasmo di vita. Con te ho girato l’Italia. Con Elisabetta ho conosciuto (ma era un’altra epoca) il mondo editoriale. E sono scappato: non mi interessava diventare “editore” (tu, come tua sorella, siete “editori” di voi stessi, tu hai fatto un editing strepitoso sulla tua vita, ma non “scrivevi”, non aravi con la tua minchia la terra dura e sassosa della realtà: sei “Settecentesco” e la Rivoluzione arriva anche nelle menti – il ‘mondo’ è solo un pallido riflesso del pensiero). Era ovvio che col tempo ti saresti ‘decapitato’: non ho fatto niente. Ma forse quel niente serviva a scriverti questa: nella speranza che un paio di persone, un paio di “amici”, la leggano. Anche ‘decapitarsi’ può “servire”, se diventa la testimonianza dell’assoluto bisogno teologico di questo tempo.
No, non ti ho teologizzato, e tu non l’avresti permesso: tu ed Elisabetta siete animali sociali, splendidi animali sociali. Mentre io mi sono rarefatto. Dopo essere scappato dalle grinfie dell’“editoria” (lo metto tra parentesi, perché l’“editoria” è la peggiore manifestazione della ‘mondanità’ – ma tu li hai visti i ‘lettori’, Vittorio? Non ti hanno fatto senso?) ho pubblicato il mio primo libro, tradotto in mezzo mondo, non con Elisabetta. E dopo avere girato l’Italia con te, ho girato il mondo. Sempre più mondano, sempre più internazionale, sempre misconosciuto in questa Patria del cazzo mondana, mondanissima. Ma mi sono ritirato anche dal Jet Set internazionale della Letteratura: era uguale alla piccola e provinciale mondanità italiana. Ora sono un eremita, con lo scroto pendente (non è vero, sono bellissimo e sodo, ma “devo” fingere per avere una funzione: “Ti sei mai chiesto che funzione hai?”). Saresti dovuto uscire tu, con Franco Battiato ed Elisabetta, quando erano a stretto contatto. Ma tu eri ‘tu’, non hai mai voluto maestri.
Caro Vittorio, non mi sento più in colpa: te la sei cercata, questo morire con la morte, anziché ‘viverla’ o “morirla” (sa l’editoria nostrana che differenza c’è tra la virgoletta unica, che rovescia, e quella doppia, che essendo una doppia negazione afferma?). Ma chi se ne fotte. Sì, mi hanno chiesto un coccodrillo, pronto per quando schiatterai. Non ce la faccio. Ho scritto questa, invece. Sperando che tu possa leggerla e imparare a morire come si deve.
Ciao, Professo’.