Quando ho visto la prima immagine di Crystal Lake, la serie che fa da prequel alla saga cinematografica di Venerdì 13, ho esultato: una casa di legno in mezzo a un bosco, con un fuoristrada parcheggiato davanti. Quanto sia potente un’immagine come questa lo sanno soltanto i veri appassionati di tutte le declinazioni del folk, dalla musica all’horror, fino alla fantascienza. E l’interno della casa, con quei pannelli di legno, la televisione sintonizzata su una serie dell’epoca, i divani in tessuto dozzinale e il telefono alla parete, apre un immaginario radicato nella Generazione X, che anche le nuove generazioni sembrano apprezzare, grazie soprattutto a Stranger Things. Qui ci spostiamo di un decennio indietro, nel 1972. La serie racconta la storia della madre di Jason Voorhees (nessuno spoiler). Il primo film di Venerdì 13 uscì nel 1980, con il soggetto di Victor Miller e la regia di Sean S. Cunningham. Insieme a Romero, Carpenter, Craven e Hooper, questi autori diedero vita a una stagione dell’horror, quella tra gli anni Settanta e Ottanta, rimasta insuperata. Questione di fotografia, certo, del passaggio dai 16 ai 35 mm, dei colori sgranati come gli ombretti sfatti dalle lacrime e il mascara colato, degli shorts di jeans, dell’onda lunga della liberazione sessuale e dell’esplosione quasi mainstream dell’immaginario hippie.
Il 1972 di Crystal Lake ha tutto della meravigliosa provincia rurale americana che abbiamo imparato a conoscere attraverso migliaia di film e serie. Il campeggio è immerso nel verde, i ragazzi sono in vacanza, gli adulti hanno le loro faccende da sbrigare e la vita di provincia procede secondo abitudini consolidate. Eppure basta guardare le facce, ascoltare certe conversazioni, soffermarsi sui luoghi per avvertire che, dietro la facciata rassicurante, la natura ha poco di idilliaco. La realtà smentisce la propaganda hippie dell’epoca. Per questo il folk horror americano di quegli anni è così germinale: tiene presente che la cultura dei figli dei fiori era colma di pruderie, popolata anche da ragazzi ricchi che volevano vedere le ragazzine abbandonarsi ad atteggiamenti libertini, salvo poi giudicarle. Era una cultura consapevole, almeno in parte, del lato oscuro della propria rivoluzione: da quel mondo insieme sovversivo e rurale sarebbe emerso Charles Manson, insieme a tanti altri guru inquietanti, predatori di giovani in fuga da casa, persi sulle strade polverose della vita on the road. Ragazzi che cercavano di sfuggire ai mostri della famiglia borghese e finivano nelle mani di mostri ancora peggiori, in preda alla bestialità.
Certo, alla propaganda borghese questi film piacevano: mettevano in contrasto la vita cittadina, con la sua relativa sicurezza, e quella delle campagne, dove la natura era cattiva quanto l’anima dei redneck e degli hillbilly. Da Un tranquillo weekend di paura a Non aprite quella porta, la provincia americana diventava il teatro di una violenza primordiale, pronta a esplodere sotto la superficie della normalità. Qui il campeggio è naturalmente il cuore dell’operazione. Il richiamo al cinema horror degli anni Settanta si avverte soprattutto nella consistenza delle immagini. La fotografia ha una grana evidente, colori ipersaturati e una luce che restituisce agli ambienti una dimensione concreta. Le scenografie, gli abiti, le automobili e gli interni compongono un quadro d’epoca che evita l’effetto da museo. Si ha la sensazione di trovarsi dentro un film recuperato da una vecchia bobina, con tutte le imperfezioni e il fascino che questo comporta.
Anche la musica contribuisce al legame con il passato della saga. Il richiamo al tema di Harry Manfredini e l’omaggio grafico ai titoli del film originale stabiliscono subito una continuità con Venerdì 13.
Il folk horror entra in gioco proprio attraverso la relazione fra territorio e comunità, mentre la serie rimane saldamente legata allo slasher. I gruppi di hippie che entrano nella storia portano con sé un immaginario tipicamente seventies, fra libertà sessuale, spiritualità alternativa e comportamenti eccentrici. Il loro inserimento introduce anche una componente grottesca, con passaggi in cui il racconto sfiora deliberatamente il camp.
Questa mescolanza è una delle caratteristiche più interessanti della serie. La violenza grafica convive con l’umorismo nero, mentre il dramma personale di Pamela si intreccia con le indagini della polizia e con misteri che allargano progressivamente il quadro.
Brad Caleb Kane, creatore e showrunner, sceglie così di ampliare la mitologia di Venerdì 13 attraverso una storia che guarda soprattutto alle persone e alle circostanze da cui nasce la leggenda. Aggiunge inoltre quella componente complottista che ha contribuito a definire il mondo di Stranger Things e quello de L’Istituto: due serie che, la prima liberamente e la seconda più esplicitamente, si richiamano all’immaginario di Stephen King degli anni Settanta e Ottanta. Al centro della vicenda troviamo Pamela, protagonista di una storia inedita. Il risultato più riuscito rimane la ricostruzione di quel mondo americano, sospeso fra la promessa di una vacanza spensierata e la sensazione che il pericolo possa nascondersi dietro qualsiasi gesto quotidiano. La grana dell’immagine, il campeggio, la musica e i dettagli d’epoca lavorano insieme per restituire una stagione dell’horror in cui il luogo contava quanto il mostro. Si tratta di un’operazione strepitosa, certamente più intellettuale e meno mainstream di Stranger Things, ma assolutamente da vedere.