Roberta Metsola, presidente del Parlamento Europeo, è stata intervistata da Fabio Fazio a Che tempo che fa. L’italiano che parla è buono, l’europeismo che professa è ottimo, le istituzioni che rappresenta sono invece tristi e malandate. Fabio Fazio crede che sarebbe il caso di pensare un’Europa forte. Crede bene ma lo chiede alla presidente del Parlamento Europeo, il simbolo della debolezza europea. Certo, Metsola parla e veste bene, è una pomata sull’offesa provocata agli occhi dalla buffonaggine dei tanti leader maschi, da Trump ai nostri. Ecco alcune cose giuste che ha detto.
Uno: “Non dobbiamo chiedere scusa per le cose che facciamo”. Ha ragione, sui diritti, sulla libertà, sui valori europei, l’Europa non è vassalla, ma al massimo madre regina di quell’Occidente tanto sbandierato e costantemente vilipeso. Bello si siano svegliati ora (come si dice, meglio tardi che mai). Ci sono voluti una guerra e un secondo mandato di Trump per capirlo. Abbiamo dimostrato che gli accordi commerciali sono la via per la pace (anche se talvolta gli affari sono causa di guerra). Abbiamo capito che non dobbiamo cercare l’autosufficienza energetica, per esempio dal gas russo, ma l’indipendenza da quelle vie commerciali sì. Come? Trovandone altre.
Due: serve anche re-immaginare la deterrenza, necessaria alla pace, che passa ovviamente dal Re-Arm Europe, una difesa comune. Qui, però, nonostante i sostegni umani e morali all’Ucraina (e talvolta economici), nonostante le parole, manca un po’ di fantasia. Come si può essere riconoscibili nel quadro internazionale senza testate nucleari, senza saper fare la voce grossa, senza sapere come gestire gli elefanti nella stanza del potere da una parte e dall’altra? Domanda: come può l’Unione Europea porre veti ai propri alleati e costituire una minaccia per i propri nemici. La Russia, che sta conducendo da anni una guerra criminale di espansione, cosa rischia se a ogni minima presa di posizione minacciano l’uso dell’atomica?
Tre: “Noi pretendiamo che i nostri Paesi abbiano il coraggio di andare avanti insieme. Se l’intenzione dell’unanimità è bloccare, dobbiamo trovare un’altra soluzione”. Dall’integrazione alla difesa, l’Europa si muove come un malato immaginario, che finge di avere un dito dolente per non alzarsi dal letto. Il dito dolente è talvolta l’Ucraina, altre volte un altro Paese. Sono dei veti in nome della cautela o in nome della fifa? Fifa, per esempio, di scontentare gli amici elettivi, per esempio i russi.
Quattro: “Stiamo crescendo generazioni così, che non sono meno patriottiche”. Il primogenito di Metsola ha studiato tra Francia, Inghilterra e Belgio. Sta facendo il servizio militare in Finlandia e si reputa pure maltese. C’è un nome per la sua “provenienza”? Sì, europeo. Ha ragione, non esiste che l’Europa come patria, o il proprio paese di provincia (dubito che Milano o Bologna o Roma possano essere considerate davvero piccole patrie). Non esiste che la nostra figliolanza dalle grandi visioni pontificie e medievali, con i nostri Carlo Magno e Federico, con i nostri Napoleone e Cesare. Che patria è, la nostra, se non una patria aperta?
Non siamo forse un po’ arabi, un po’ africani, un po’ vichinghi e un po’ sassoni? Non siamo cristiani che hanno imparato dai popoli liberi (i galli) e dai filosofi pagani della Grecia? Non siano figli del Mediterraneo e della Lega anseatica. Dubito, tuttavia, che Metsola immagini un’Europa forte in questo senso: e cioè come un’Europa non unita ma legata, non un unico grande organismo internazionale, ma una federazione dinamica e imprevedibile. Una patria fantastica, quella della borghesia. Dubito anche che lo voglia Fazio, la cui prosopopea civica ricorda quella dei Benigni e di altri cantori del conformismo unitario.