Non c’è tragedia che non si possa raccontare, ma una “strage di sedicenni”, come l’ha definita Guy Chiappaventi, inviato del TgLa7 a Crans-Montana, dove almeno 47 ragazzi sono morti in un bar mentre festeggiavano il Capodanno, straccia le parole. Ci fa balbettare, ci fa piangere. Guy Chiappaventi non è un nome a caso, un giornalista tra tanti, ma il cronista che si è commosso in diretta, che non riusciva a trattenere le lacrime. Un giornalista che si è confrontato con lo scoglio fondamentale di chi fa, almeno per come lo immagino io, questo mestiere: il limite delle parole, del dire, il limite della notizia, che lascia un vuoto intorno a sé. Per questo si deve scegliere cosa e come raccontare, sempre, qualsiasi sia il tema. Ancora di più quando si parla di ragazzi morti mentre si divertivano, ballavano e bevevano.
Il cordoglio è universale. Chiunque, ammutolito, soffre e, peggio, è nauseato da questa tragedia. Le istituzioni, la gente comune. È inutile cercare di addobbare l’immagine necessaria della natura morta, il frutto ghiacciato, nero, della prima notte del 2026. Non possiamo e non dobbiamo. Dovremmo parlare d’altro e stare zitti, raccontare ciò che si deve e poi guardare oltre, dove il lutto nazionale si separa dal dolore concreto delle famiglie che hanno perso dei corpi umani, dei nomi, delle voci reali, non il numero delle agenzie di stampa.
È a quel punto che, forse, modestamente, e non senza difficoltà, ciò che ha fatto Guy Chiappaventi diventa un gesto enorme. Perché, al di là della tragedia, ben oltre la riga tracciata da questo evento, il giornalismo sopravvive, la nazione sopravvive, la gente sopravvive, le istituzioni sopravvivono: è inutile negarlo. Tutto, domani o dopodomani, andrà avanti. Ci saranno mesi in cui la gente smetterà di portarsi dietro lo strascico della strage di Crans-Montana, non possiamo fingere non sia così. È ipocrita svendere l’empatia. Ma ci saranno altre tragedie, altri abissi personali e collettivi. E a quel punto serviranno giornalisti come Chiappaventi, umani fino al midollo, ben oltre la loro professione. Padri, fratelli, figli, che non sanno smettere di piangere. Che le parole, nel 2026, si lavino delle lacrime dei giusti, che il giornalismo riparta, seppur nella tragedia assoluta, da questo.