Sembrava una giornata destinata a un disorganizzato fallimento, quella del 24 ottobre 2026. L’interrogatorio della presunta mente dietro al Movimento 17 ottobre poteva essere l’origine di uno sfaldamento della mobilitazione, attivata senza luogo di ritrovo in molte città italiane. Ci saremo, non diremo dove. Allo schieramento delle forze dell’ordine previsto, i cortei hanno opposto la fluidità. Le comunicazioni sulle zone di partenza sono arrivate a ridosso delle 15:30, mentre le informazioni sulla vita e le idee del presunto organizzatore venivano diffuse in pagine social e quotidiani nazionali, di destra e sinistra. I titoli dei giornali affini al governo lo descrivono come un ayatollah, l’Islam la matrice di tutto, anche della protesta. Sarebbe da chiedersi se opinioni del genere, nemmeno troppo vagamente razziste, non siano un problema di ordine pubblico allo stesso modo di come lo sono i bot e degli agenti esterni descritti come la vera origine del caos. La verità per il momento provata, invece, punta su altre spinte dal basso: studenti, lavoratori, gente accomunata dalla sensazione di essere sulla soglia di qualcosa di fatale. Molto è già perso: la sicurezza economica e la possibilità di rimanere in città senza impiegare il 60% dello stipendio in affitto. Intorno all’ora prestabilita, da varie parti di Bologna, piazza Aldrovandi, piazza Puntoni, luoghi di aggregazione in zona universitaria, piazza di porta Ravegnana, i gruppi di manifestanti convergono verso piazza del Nettuno, inizialmente indicata come partenza del corteo. Una settimana dopo, i messaggi esposti sui cartelli sono la parafrasi dello stesso sentimento: basta armi, basta guerra interna alle minoranze. Contro il carovita, contro la deriva repressiva. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, per evitare conseguenze a lungo termine oggi dice che “tornerà ai gatti”. Le bandiere con il jolly roger di One Piece a fianco dei simboli della pace. La bandiera palestinese, vessillo onnipresente in ogni movimento recente, vicino alle sigle dei sindacati di base in prima linea. Comincia il corteo, verso via Marconi. Pacifico. Le saracinesche dei negozi abbassate. Anche quelle lontane dalla direzione dei manifestanti, in via Cavour, sottopasso del lusso bolognese. Gucci, Versace. L’inarrivabile merce minacciata dai ragazzini vestiti di nero. “La vogliamo perché non ce la possiamo permettere”. Come la reazione a una promessa non mantenuta.
Sono circa le 17 quando, poco prima di piazza dei martiri, sempre in via Marconi (non distante dalla stazione), la polizia inizia con i getti degli idranti sulla folla. Alcuni, sotto i portici, restano con le braccia alzate e chiedono spiegazioni agli agenti schierati. È un momento che questa generazione non ha mai vissuto prima. Protagonista, nel bene e nella poca considerazione degli esponenti del governo, di una volontà. Matteo Salvini, ministro dei Trasporti, tra i citati, ha detto che per le colpe dei minori rischiano di pagare anche le famiglie. Una minaccia al reddito nel momento più duro della crisi dovuta all’invasione dell’Ucraina, alla crisi del Mar Rosso e al domino di conseguenze economiche innescate da quei conflitti. Dividere il Paese, tra maranza e non, e ora dividere le famiglie. Genitori contro i figli.
Idranti e qualche carica cominciano ad inasprire l’aria. Lacrimogeni fischiano, troppo bassi, verso le prime file del corteo. Le camionette bloccano la strada. In Piazza dei Martiri la folla non arriverà mai. Comincia una partita di posizione, altezza via Riva Reno. L’incrocio tra Marconi e due vie strette. Una verso Lame e l’altra verso Indipendenza. Da tre lati sono aggregati i manifestanti. La polizia scarica i manganelli sulle teste di alcuni e prova a dividere i blocchi. Raggiunge, facendo indietreggiare la folla, l’inizio del “naviglio” bolognese: indietreggiano quelli vestiti di nero, ma poi avanzano di nuovo a forza di pietre e bottiglie, pezzi di transenne vengono spinti contro la celere e per bloccare i mezzi. I cassonetti bruciano. Via Riva Reno è annebbiata dal fumo dei rifiuti e dalla grossa quantità di lacrimogeni sparati. L’unica rottura delle file avviene per lasciare vigili del fuoco e ambulanze. Circolano i video del manifestante schiacciato dagli agenti. L’ambulanza arrivata per soccorrerlo dopo le convulsioni viene colpita dal getto dell’idrante. Chi ha la testa rotta viene aiutato. “Ma non possono colpirci in testa col manganello”. È “l’ottima gestione” di cui ha parlato Giorgia Meloni.
Passano le 19, arrivano le 20, poi le 21. La situazione è quella. La frequenza delle cariche diminuisce per qualche tempo. Dalle strade laterali, lo scontro si porta di nuovo in via Marconi, verso Ugo Bassi. La polizia risale la strada. Dai vicoli stretti di quel tratto, qualcuno lancia bottiglie al cordone, che risponde sparando un lacrimogeno, altezza uomo, non lontano da chi scrive. Il lanciatore non arriva a 15 anni. L’elicottero in cielo scandisce il tempo di questa giornata arrivata al termine, la cenere sull’asfalto, i bossoli dei lacrimogeni e praticamente nessuna vetrina infranta. Il Movimento guarda al 30 ottobre, sciopero generale.