Solo la parola "Garlasco" rischia di innescare la trappola del tifoso. Dell’avvoltoio catodico o del consumatore seriale di true crime in cerca dell’ennesimo caso da risolvere. Errore madornale! L’Innocente. Il dubbio oltre il giudicato, l’opera firmata da Luigi Grimaldi ed edita da Bbooks è, in vece, l’antidoto a quella sindrome, perché, per dirla con un gioco di parole, spazza via questa spazzatura emotiva per piantare le mani nei ingranaggi meccanici di una verità processuale che, per quanto blindata dai timbri della definitività, non è più pacificata. E pacifica.
Grimaldi – giornalista d’inchiesta, ex autore de Le Iene che già tra il 2017 e il 2021, insieme ad Alessandro De Giuseppe, aveva avviato già anni fa il lavoro di decostruzione delle certezze mediatiche del caso – ha tirato fuori un’analisi personale, spietata e lucida, di come si fabbrica una condanna. L’autore usa una metafora che basta a tutto: l’abito su misura. Si parte da un’ipotesi accusatoria, si selezionano i dati che la assecondano, si tagliano quelli dissonanti e si allargano le cuciture finché la sagoma veste perfettamente la tesi iniziale. E la domanda che attraversa ogni pagina resta una: quell’abito misura è la realtà dei fatti o la veste confezionata di una ipotesi di partenza?
Insomma, non è il solito libro su Alberto Stasi, ma un modo per sbattere in faccia a tutti la verità su chi sono i grandi nemici degli umani nelle grandi inchieste disumane: il bias di conferma e il doppio pesismo probatorio. Quando un indiziato viene marchiato, ogni traccia successiva viene piegata al dogma. Prendete l’assenza di sangue sulle scarpe di Alberto Stasi: in un mondo governato dalla logica e dal metodo, l’assenza di tracce biologiche in una scena del crimine devastata dovrebbe imporre quantomeno un dubbio insormontabile. Nella narrazione accusatoria, invece, quel vuoto si trasforma alchemicamente nella prova regina della menzogna e, dunque, della colpevolezza. Un salto mortale della ragione in cui il non-trovato diventa la pistola fumante.
La forza di questo testo, signori, sta nel rifiuto totale dell'atto di fede. Pur mostrando le proprie convinzioni, le proprie ipotesi, le proprie teorie. E’, che ne dicano i soliti detrattori di un uomo che alla “causa Garlasco” ha dedicato tanto, un esercizio di "coscienza civile" che finisce ben oltre i confini di Garlasco. La morale? Sì, c’è pure quella: una giustizia adulta non è quella che nasconde i propri inciampi sotto il tappeto della cosa giudicata, ma quella che ha le palle di riaprire i fascicoli quando le premesse barcollano. E rimettersi in discussione.
Al centro di tutto, immobile e straziante, come lo stesso Grimaldi ci tiene a precisare, però, resta Chiara Poggi. Non ridotta, ma restituita. A cosa? Alla sua umanità violata in una mattina d’agosto che ha ribaltato il senso stesso della casa: il luogo nato per proteggere trasformato nella tomba dell’esistenza. E la lezione più cinica che consegna L’Innocente è proprio questa: il rispetto assoluto per la memoria di Chiara non si fa con il silenzio comodo o con la difesa giannizzera di una verità fragile, ma pretendendo una giustizia che non tema la prova della verifica. Neanche all’infinito, nella convinzione che il dubbio sarà sempre il solo e unico argine rimasto contro la barbarie, soprattutto quando è istituzionalizzata.