Stavolta è successo in treno, periferia di Milano, in un treno interurbano che prendono decine e decine di lavoratori ogni giorno. E di ragazzi, studenti e non. E di bambini con le loro famiglie. Un mezzo di trasporto quasi obbligato se si vuole evitare il traffico milanese. Alessandro Gonzato, giornalista di Libero, aveva il telefono in mano e il borsone della palestra, al collo una collanina di famiglia, che indossava da trent’anni. Poi un ragazzo, neanche sui binari, neanche in una galleria delle stazioni, neanche fuori nei parcheggi, ma dentro al treno, gli è andato addosso, una mano sul collo, gli strappa la collanina. Gonzato scende, lo rincorre e si becca un pugno sulla nuca da un altro. Aveva poco margine di azione, tranne tentare di “fare l’eroe” come si dice nelle serie e come non funziona nella vita reale. Meglio tenersi il mal di testa, il dolore alla spalla e al collo, come racconta intervistato al Tgcom24. Meglio lasciare stare la gang di nordafricani o “italiani di seconda degenerazione”.
Sfiga ha voluto, diranno alcuni, che il giornalista fosse di Libero, e dunque un giornalista di destra. Una volta, se i casi fossero stati pochi, in pochi ci avrebbero creduto. Ecco la finta storia costruita a tavolino dal giornalista con pregiudizi razzisti eccetera eccetera. Non sanno più che inventarsi e si inventano la finta aggressione. Ma i casi non sono pochi e, soprattutto in città come Milano, Roma, Bologna, non è accaduto niente di insolito, niente di “strano”, niente che sia complicato inquadrare. Persone che si sentono intoccabili dalla legge, di solito armate con coltelli, aggrediscono, rapinano, molestano, importunano e, qualche volta, rovinano alla vita alla gente comune, innocente, normale, che va a lavorare. Normale, sì, come si direbbe che una persona che non commette crimini è normale, perché commettere crimini non è normale (e infatti la maggior parte di noi non li commette) e perché se fosse normale commettere crimini i reati in Italia crescerebbero invece di calare. Così non è.
Oddio, certo, qualche indice aumenta. Quello dei ragazzi e degli stranieri che commettono crimini. I dati sono del Sole24Ore. Gli stranieri, che sono meno del 10% in Italia, commettono un terzo dei crimini. E se parliamo, come stiamo in effetti parlando, di furti con destrezza, furti con strappo e rapine in pubblica via, l’incidenza è del 60%. Questo dato va letto insieme a un altro. Oltre il 70% dei reati commessi da stranieri è commesso da irregolari. Dunque l’integrazione, quando funziona, funziona, e gli stranieri non commettono più crimini degli italiani. Quindi non c’è razzismo. Bisogna puntare e auspicare l’integrazione. Il problema, quindi, diventa pratico. Cosa fare nel frattempo? Mentre si integrano? E quanti ne possiamo integrare? Quelli che non riusciamo materialmente a inserire in programmi di integrazione, che fine devono fare? Come si bilancia l’integrazione e la sicurezza? A forza di voler integrare stiamo disintegrando la tranquillità di chi vive e nasce in Italia. La povertà fa male, il senso di esclusione pure, di certo l’alienazione e il senso di straniamento per essere stati catapultati in luoghi con cultura e modelli sociali diversi peggiora la situazione. Ma anche essere derubati, anche non sentirsi sicuri, anche restare impotenti di fronte a quattro stronzi che di rapinano in treno è brutto. È un’affermazione banale ma ormai non è più banale dirlo. A meno che tu non voglia essere chiamato razzista e fascista e dunque finire derubato, oltre che dei tuoi beni, anche della tua dignità morale.