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17 febbraio 2026

Jeffrey Epstein è una psicosi collettiva? Non bastano i crimini veri, ora sui social diventano virali le finte vittime create con l’intelligenza artificiale

  • di Micol Ronchi Micol Ronchi

17 febbraio 2026

Negli ultimi giorni sui social sono comparsi video e immagini di bambine abbracciate a Jeffrey Epstein, ragazze che raccontano tra le lacrime la loro esperienza, volti familiari incastrati dentro una delle vicende più oscure degli ultimi decenni. Il problema è che non sono reali. Sono generate con l’intelligenza artificiale. E stanno diventando un business
Jeffrey Epstein è una psicosi collettiva? Non bastano i crimini veri, ora sui social diventano virali le finte vittime create con l’intelligenza artificiale

Immagini di bambine abbracciate a Epstein. Foto semi-ammiccanti, allusioni. Poi video delle stesse ragazze, ormai cresciute: in lacrime, distrutte dal dolore della loro esperienza. Ex vittime del pedofilo più famoso del mondo che raccontano la loro storia tra Instagram e TikTok. Un po’ perverso ma purtroppo un fenomeno figli dei tempi notti ( ah come si stava meglio quando si stava peggio). Peccato che non siano reali. Sono profili fake, volti generati con l’intelligenza artificiale, storie costruite a tavolino, forse con ChatGPT, chissà, non è dato saperlo. Ma esistono: prodotti creati ad hoc per generare engagement, commenti, discussioni. Una caccia spasmodica alla condivisione (ormai molto più importante dei vecchi like, anche se i talk televisivi non se ne sono ancora accorti ) al contenuto virale. E come sempre, alla fine del funnel, c’è il denaro. L’obiettivo è semplice: attirare attenzione, raccogliere follower e reindirizzare il traffico verso piattaforme a pagamento per adulti (fanvue ,Telegram, OnlyFans ufficialmente non vuole content creator che non esistono) dove il contenuto si monetizza. Lo scandalo diventa marketing, l’esperienza (orribile) diventa traffico e la violenza diventa un gancio narrativo stuzzicante per migliaia di persone. 

Le storie vere, quelle delle donne che non ce l’hanno fatta, che hanno portato addosso per anni il peso della violenza, alcune fino a togliersi la vita, si mescolano a versioni finte, levigate, eroticizzate e il risultato è una memoria collettiva dis
Jeffrey Epstein

Non scandalizzatevi: non è nemmeno la prima volta. Solo l’anno scorso abbiamo visto esplodere il fenomeno delle modelle generate con IA rese “affette” da Sindrome di Down per vendere contenuti pornografici. O corpi artificiali con mutilazioni, perfetti per intercettare feticismi sempre più estremi. Un mercato che si nutre di deviazioni e le rende un prodotto vendibilissimo (e assai economico). Ora però si è fatto un passo ulteriore. Non più solo il corpo “diverso”, ma la “vittima”. Le sopravvissute a uno dei sistemi di abuso più documentati della storia recente vengono replicate in versione sintetica: più sensuali, apparentemente più disponibili, più propense a chattare con chiunque voglia sentire la sua storia e quello che hanno “imparato” dalla loro storia. Donne digitali ( ma questo non è sempre evidente ) non spezzate dal trauma, ma rese funzionali al desiderio di chi guarda. E qui succede qualcosa di più pericoloso del semplice disgusto morale. Perché mentre queste immagini circolano, mentre si accumulano milioni di visualizzazioni, si produce un cortocircuito: realtà e finzione si sovrappongono. 

La finta immagine generata con IA di una modella insieme a Jeffrey Epstein
La finta immagine generata con IA di una modella insieme a Jeffrey Epstein

Le storie vere, quelle delle donne che non ce l’hanno fatta, che hanno portato addosso per anni il peso della violenza, alcune fino a togliersi la vita, si mescolano a versioni finte, levigate, eroticizzate e il risultato è una memoria collettiva distorta, una fogna putrida in cui il dolore diventa estetica e il crimine un’ambientazione tanto tanto eccitante. E nel frattempo, dall’altra parte dello schermo, ci sono utenti che pagano. Sbigliettano per donne di pixel sperando che siano “quelle originali”. E via di mance per una fantasia in cui chi è sopravvissuta a una violenza non ne esce distrutta, ma più lasciva, più preparata, più disponibile. Le piattaforme, come sempre, agiscono in modo sommario: vietano formalmente, ma si nutrono dell’engagement che tutto questo genera, o quantomeno non lo limitano. La responsabilità si disperde, finisce in niente, mentre il mercato cresce. Il problema non è solo che queste ragazze non esistono. Il problema è che esistono gli uomini disposti a pagarle. E che esiste un sistema perfettamente funzionante che trasforma anche la violenza su minori in un modello di business accessibile a chiunque. E a me quel "chiunque" fa davvero paura.

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