Per l’autore libertario del Cato Institute Jonah Norberg “il rozzo maggioritarismo di Orbán ha minato lo stato di diritto e la libertà di stampa in Ungheria per assumere il controllo dell'economia e convogliare risorse verso oligarchi a lui fedeli. Lo smantellamento dei vincoli istituzionali al potere statale è andato oltre quanto accaduto in altre democrazie moderne, e i risultati sono stati costantemente deludenti, persino in ambiti in cui il governo rivendica successi come il rafforzamento dell'economia o l'aumento dei tassi di natalità. Lungi dall'essere un modello, l'Ungheria di Orbán è un monito su ciò che accade quando un esecutivo senza freni, con un potere fortemente centralizzato, un capitalismo clientelare e lo smantellamento sistematico dello stato di diritto.” (31 marzo 2026). Ogni buon libertario, ma anche ogni buon conservatore, dovrebbe convenire con questo. Anche perché Orbán non ha conservato niente, ha anzi trasformato l’Ungheria in una Nazione proxy della Russia di Putin.
Ieri, dopo sedici anni, Orbán è stato battuto alle elezioni da un suo ex compagno di partito, Péter Magyar, un conservatore. Come sottolinea Michael Mosbacher su Telegraph, la sconfitta di Orbán “non significa che gli elettori ungheresi abbiano respinto le sue politiche intransigenti sull'immigrazione, pronataliste o critiche nei confronti di Bruxelles”, visto che Magyar è “fermamente a destra nella politica europea praticamente su ogni questione”. Una buona parte della sinistra internazionale, si vedano il Guardian e l’Atlantic, non è molto incline a gioire per la vittoria di un altro conservatore. Per dire: la destra di Orbán è stata battuta a destra. È la stessa cosa avvenuta in Germania nel 2025 con la vittoria di Friedrich Merz dell’Unione Cristiano-Democratica, un moderato di destra che ha saputo inibire l’ascesa dell’Afd e degli estremisti illiberali. Anche in Italia il segnale è quello, o almeno è la linea che dovremmo provare a tenere.
Mentre Vannacci si stacca dalla Lega perché poco estremista e FdI con Forza Italia iniziano a fare discorsi che la Lega, per sua stessa natura, non può e non sa accettare; mentre un nuovo centro moderato è in cerca di un polo a cui appoggiarsi per vincere qualcosa (non dico tanto, ma più di un paio di poltrone almeno); mentre la sinistra non sa mettersi d’accordo non solo su unico leader rappresentativo, ma neanche sulla necessità di trovarne uno attraverso il meccanismo delle primarie, l’Ungheria ci insegna qualcosa. Affluenza record e qualche dato: vittoria schiacciante del conservatore Magyar con Tisza (138 seggi in Parlamento), risultato modesto per Orbán con Fidesz (55 seggi in Parlamento) e risultato misero ma non insignificante dell’estrema destra rappresentata da Mi Hazánk (circa 6-7 seggi in Parlamento). La sinistra non c’è, se c’è, ha appoggiato l’unico partito realisticamente in grado di battere Orbán, e cioè Tisza; in tutti gli altri casi conta zero (e certamente meno del 5%). È un segnale. L’alternativa ai populismi in Europa esiste e dovrebbe essere cercata in una destra diversa, filoeuropea ma non per questo burocratica, conservatrice ma non per questo illiberale, in dialogo con l’Occidente piuttosto che con la Russia. È un segnale anche per Giorgia Meloni, che tra defenestrazioni e dimissioni potrebbe iniziare a rinnovare la sua classe dirigente pescando tra moderati e liberali piuttosto che tra i soliti infoiati dalla retorica di Pontida.