Uno di Agostino ricorda le parole sulla misura dell’amore che è amare senza misura, ma c’è poi l’Agostino della guerra giusta, come quella che, almeno diplomaticamente, c’è da fare contro Donald Trump. Il presidente Usa ha provato a fare il bullo su Truth con il Vaticano. Ma ha beccato la Chiesa sbagliata. L'avevamo già visto con la scena grottesca al Pentagono, quando provarono a intimidire secondo Free Press l’ex nunzio apostolico degli Stati Uniti, parlando della loro potenza militare e evocando Avignone. Papa Leone XIV ha condannato la guerrain Iran durante una veglia di preghiera in San Pietro. La risposta del leader Maga: “Un debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera”. Il Papa. Il Papa trattato come un avversario politico qualunque.
Trump aggiunge: “Preferisco di gran lunga suo fratello Louis perché è totalmente Maga. Lui ha capito tutto”. Peccato che il fratello non sia Papa e non possa diventarlo per acclamazione americana. Cosa fa un agostiniano in questo caso? Fa il Papa che non si lascia intimidire dai bulli. Per quanto l’America sia forte, la Chiesa è un’istituzione che ha attraversato i secoli. Non sarà ciufforosso a cambiare le cose. Quando un giornalista gli fa una domanda sui post di Trump sul volo verso Algeri, da dove inizierà un viaggio apostolico in Africa, risponde: “Io non ho paura dell'amministrazione Trump. Parlo del Vangelo, non sono un politico. Non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui”. Full stop. Tecnicamente l’agostiniano Robert Prevost ha fatto ciò che riusciva meglio ad Agostino: asfaltare gli eretici e i blasfemi.
Trump ha anche rivendicato il merito dell'elezione di Prevost a pontefice: “Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano”. Vi prego, non ridete. È tutto pesantissimo e sciocco, è un dramma tragicomico di proporzioni tali da poter minare i legami tra l’autorità religiosa più importante in Occidente e il più potente tra i Paesi occidentali. Anche il presidente della Conferenza episcopale statunitense, l'arcivescovo Paul Stagg Coakley, ha detto di essere "sconfortato" per le parole di Trump, precisando che "Papa Leone non è suo rivale, né il Papa è un politico. È il Vicario di Cristo che parla a partire dalla verità del Vangelo.” Vale la pena ricordare, anche qui come facevamo nell'articolo sull'incontro al Pentagono, che questa è la dinamica ricorrente dell'amministrazione Trump: pensare che il potere sia una questione di volume, di intensità dell'attacco, di capacità di intimidire. Funziona con i media, funziona con certi politici, funziona con le aziende che hanno paura dei dazi. Non funziona con chi ha un'autorità morale che prescinde dalla politica.
C'è qualcosa di storicamente vertiginoso in questa vicenda. Leone XIV è americano. È nato negli Stati Uniti, ci ha vissuto, ci ha lavorato. L’amministrazione Trump lo ha corteggiato fin dall'elezione, nell'aprile 2025: JD Vance in persona ha esteso l'invito perché il Papa venisse negli Stati Uniti per il 250° anniversario dell'indipendenza americana, solo due settimane dopo l'elezione in conclave. Un colpo di immagine straordinario: il primo papa a stelle e strisce che celebra il 4 luglio alla Casa Bianca. Difficile immaginare una foto più potente.
Il Vaticano ha detto no. Prima ha preso tempo, poi ha rifiutato. Le ragioni, secondo funzionari vaticani citati da The Free Press, sono state i disaccordi di politica estera, la crescente opposizione dei vescovi americani al programma di deportazioni di massa dell'amministrazione Trump-Vance, e il rifiuto di trasformarsi in un trofeo partigiano in vista delle elezioni di midterm del 2026. E invece del South Lawn, Leone XIV ha scelto, per il prossimo 4 luglio, Lampedusa.