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Manuale per mettersi una rosa nel culo senza pungersi

  • di Ottavio Cappellani Ottavio Cappellani

24 dicembre 2025

Manuale per mettersi una rosa nel culo senza pungersi
Tra Shakespeare, Gertrude Stein, Umberto Eco e il jet set internazionale, ecco tutto quello che c’è da sapere su un’antica “arte” di mondo (e sulle sue regole non scritte).

di Ottavio Cappellani Ottavio Cappellani

Una rosa nel culo è una rosa nel culo è una rosa nel culo. Questi versi di Gertrude Stein, nel poema del 1913, “Sacred Emily” tornano alla ribalta oggi in tutta la loro potenza letteraria, perché, mi dicono, la rosa nel culo è il vero freaky di queste Vacanze di Natale orfane dei Vanzina che sulla Rosa nel Culo avrebbero girato dei cinepanettoni insuperabili. Voglio dire: tra plug-in che sparano raggi laser e vibrazioni varie, con i quali attraversare la mondanité delle vostre città, ecco la rosa ha ancora qualcosa di antico, forse addirittura troppo antico, quasi una rosa nel culo che sa di Naj Oleari, molto anni ’80.
Ecco, io non lo so perché, ma stamattina tutti a chiedermi: “Cosa ne pensi di una rosa nel culo”, “In che senso?”, “Rose che ti si porgono infilate in un culo”. Dico che è cosa (rosa) risaputa. E invece, dice che è la nuova moda del momento. Nuova, mi stupisco? Quando londineggiavo beato e si faceva seratina, l’indomani era tutto un rassicurare: sono fresco come una rosa nel culo di un arcivescovo (anche se lì usa cucumber). Nulla di nuovo, direi, dove non batte il sole.

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Milo Manara

Così, come non ricordare la padrona di casa abituata al, come si dice, bel mondo, che accogliendo un ospite non molto desiderato per un pranzo alle eleven p.m., e presentandosi il meschino con un mazzo (il mazzo, oh, il mazzo) lo introduceva agli altri ospiti esclamando: “Ma che belle rose! Vado subito a infilarmele nel culo prima che appassiscano”, giusto per mettere le cose in chiaro prima che qualcuno pensi che.
Ecco, dovendomi esprimere, come in un salon, su questo in vogue, direi che la rosa nel culo sia alquanto british, non in quanto, si sa, abitudine inglese è infilare la qualunque nel dovunque, come il Re che voleva assorbire il ciclo all’aroma di cuoio e partita di polo, bensì in quanto metafora scespiriana del Romeo più Juliet, precipuamente nella battuta “Why, then is my pump well-flowere’d” che, tradotto letteralmente, viene a dire: “La minchia odorosa di rosa mi sta diventando dura come la punta del mio scarpino”. La minchia viene evocata non da “pump” (nome proprio per scarpa tessuta in fine velluto con rinforzino alla punta), ma da well-flowere’d: può essere mai infatti profumato uno scarpino per le vie del nord-est italiano cinquecentesco? È ovvio che il pump con rinforzo in punta, avendo tutto un aroma suo (e cosa well flowered in quanto flower se non la rosa), si riferisca ordunque alla pump che pump ossia alla Rosa come elemento esoterico romantico, poiché sappiamo non esserci rosa senza spine e minchia senza affanno.

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Milo Manara

E qui veniamo al Galateo. Costumi ci dicono che i modi di porgere una rosa col culo sono due: o che sporga e fiorisca dal vaso (o dal vano) che esprime intercontinentalità, l’aver viaggiato, navigato insomma, e detta appunto “rosa navigata” per la qual usanza è d’uopo spinarla (mai, e dico mai, utilizzare la rosa cheap che nasce senza spine altrimenti mi crollano le metafore alle ginocchia), e l’altra, ovverosia appoggiata come su due guanciali, che esprime virgineità in procinto di aprirsi al mondo come volontà e rappresentazione. Qui le spine sono d’obbligo: anzi, in alcuni collegi come a la Maison royale de Saint-Louis a Saint-Cyr, messa su nel 1686 da Madame de Maintenon, secondo moglie di Luigi XIV, si insegnava l’arte di appoggiarla tra les fesses e camminarci come nulla fosse, tenendola ritta che sfiorasse or l’una or l’altra fossetta di Venere (ma la pratica veniva poi insegnata dalle giovinette agli amici apollinei) e nel qual caso, sembra conseguente, le spine servivano da appiglio causando un lieve dolore che, insieme ai legacci fitti dei corset, presentavano la damigella come di tempra forte atta a portare a termine gravidanze che garantissero poderosa discendenza alle famiglie up. E se ne usciva anche una minima stilla de sangre, giù tutti via, ad abbeverarsene.

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Anime e rose

Ovviamente potrei andare avanti per pagine e pagine, elencandovi e accompagnandovi nei meandri luminosi (e numinosi) della storia di tale consuetudine, ma rischieremmo di sfiorare la foliazione del celebre Il Nome della Rosa nel Culo, romanzo che portò al successo il caro Umby, e non sono più tempi per trattatelli agili in carta a mano, il tempo solo di comporre il piombo e l’usanza sarà già passata, mentre l’instagràm vi porterà verso nuovi freaky freakky freschi appunto come una rosa nel culo di un arcivescovo. Au revoir, ba bye.

Tag

  • satira

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