Si può avere paura, essere incazzati e, contestualmente, provare senso di indignazione e sconforto? Chi pensa che la risposta sia no dovrebbe fare una chiacchierata con Rita Cavallaro. In carriera s’è occupata di Roma Capitale, di Mafia, di Ndrangheta e criminalità, però è finita minacciata di morte – e non in maniera velata – per aver raccontato Garlasco. Già questo dovrebbe bastare a spiegare uno stato d’animo, a cui si mescola, inevitabilmente, la consapevolezza che un contorno da vomitare così non è normale per un omicidio di venti anni fa. Fosse pure il caso dei casi. Quello che tiene tutti incollati alle narrazioni e che, secondo una statistica recente, è seguito in maniera quasi maniacale da qualcosa come undici milioni di italiani. Cosa le hanno scritto non lo stiamo neanche a ripetere, ma è roba brutta. E pesante veramente. La notizia, invece, è che anche chi è abituato un po’ a tutto e preparato alla qualsiasi, dopo un po’, finisce la pazienza. Rita Cavallaro l’ha finita. E ha denunciato.
“Devo dire – racconta – che ho ricevuto molta solidarietà - la solidarietà fa sempre piacere, ma qui c'è da fare un discorso più ampio sulla necessità di essere uniti. Ci troviamo davanti a un vero e proprio sistema che si muove in modo coordinato. Io mi occupo da anni di criminalità organizzata e indagini sulla mafia; eppure, nessun delinquente o affiliato, che ne so, alla 'Ndrangheta, si era mai permesso di minacciarmi di morte in questo modo. Sui social, invece, lo fa un troll. Dietro quello schermo, però, non c'è mai un singolo folle isolato: sappiamo bene che esistono bande organizzate di troll pronte a colpire in modo mirato”.
Pensi si sia trattato di un attacco studiato a tavolino?
Assolutamente sì. È un attacco mirato che arriva dopo un anno e mezzo in cui mi è stato detto di tutto: insulti di ogni genere, diffamazioni e anche pesanti episodi di body shaming sui quali, francamente, mi viene solo da sorridere. In tutto questo tempo non ho mai sporto una sola querela, perché ho sempre preferito lasciare al mondo dei social il beneficio del dubbio, permettendo anche ai "pazzi" di sfogarsi, in nome di una malintesa libertà d'espressione. Ma quando dalla diffamazione pura e semplice si passa alle minacce di morte, allora capisci che è arrivato il momento di denunciare perché si è andati decisamente oltre.
Che tipo di risposta istituzionale e legale hai attivato? In questi casi esistono strumenti rapidi come il Codice Rosso
Esattamente. L'avvocato Elisabetta Aldrovandi, che mi assiste insieme a Cosimo Cavallaro, ha depositato la querela chiedendo l'immediata attivazione del Codice Rosso, con l'identificazione tempestiva del soggetto e l'applicazione delle opportune misure cautelari. Abbiamo evidenziato tutti i rischi connessi alla mia esposizione pubblica. Essendo una persona riconosciuta a livello nazionale e frequentando regolarmente studi televisivi con appuntamenti fissi e preannunciati, il rischio è concreto.
E’ più la paura o la rabbia?
Se la giocano. Tra l’altro la paura è qualcosa che non avevo mai provato, ma questa volta è un po’ diverso perché mi rendo conto che non si ha a che fare con criminali, ma con pazzi. Quando cerchi la verità e fai questo lavoro, metti in conto che andare a toccare i poteri forti o certi equilibri comporta dei rischi. Più che rabbia, provo profonda indignazione nel prendere coscienza del livello di scontro a cui siamo arrivati. Uno scontro del genere per un'indagine d'omicidio non si era mai visto prima. Ma d'altronde in questa vicenda siamo di fronte a un unicum: sono stati minacciati i Carabinieri di Moscova, la Procura, gli avvocati di Alberto Stasi... Potevo non aspettarmelo io? Infatti è arrivato. Ma non me lo sarei mai aspettato in questi termini
Qualche tempo fa, su MOW abbiamo buttato là che potremmo essere alle porte di una sorta di "Tangentopoli 2" legata non tanto ai partiti, quanto al sistema giustizia e a come è stata amministrata in certi contesti negli anni. Se l'inchiesta su Garlasco scardina la versione ufficiale, rischia di crollare una diga…
Assolutamente sì. Qui non si tratta di fare personalismi o di difendere o accusare Stasi a prescindere. Il punto è che esiste un sistema che vuole a tutti i costi mantenere lo status quo, perché su questa tragica vicenda, negli anni, si sono costruite intere carriere professionali e mediatiche. Il fatto che questo bubbone sia scoppiato rappresenta un problema enorme per molte persone. Lo dimostra la violenza verbale dello scontro, che non è mai stato incentrato sui fatti o sugli elementi oggettivi, ma si è trasformato in un attacco personale continuo per sminuire i professionisti coinvolti. C'è chi è stato insultato, chi è stato chiamato "bagnino", a me stessa è stato urlato in faccia di stare zitta.
Si è cercato in ogni modo di delegittimare chi indagava, arrivando a insinuazioni surreali…
Esatto, questo è il mood e il sottotesto costante di tutta la vicenda. Da tempo diversi professionisti si sbracciano per dimostrare che l'indagine della Procura fosse "oscura", "illecita" o "strana". Poi però ascoltiamo le intercettazioni e scopriamo finalmente cosa c'era di strano. C'era che ogni volta che si cercava di fare chiarezza, ogni tentativo di revisione veniva descritto come un'assurdità, alimentando l'idea che l'intera macchina dello Stato — la Procura di Pavia, quella di Brescia, i Carabinieri, la Guardia di Finanza — fosse magicamente al soldo della difesa di Stasi. Tutto questo sulla base di illazioni deliranti, fino al punto più basso in assoluto: l’avvocato Bocellari amante di un carabiniere. Siamo al delirio puro. Per non parlare, poi, di quello che si dice ancora su alcuni contenuti del pc di Alberto Stasi.