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Oriana Fallaci e Khomeini: quell’intervista del 1979 che spiegava l’Iran di oggi (oltre l’Islam), smascherava certe “rivoluzioni” e asfaltava già un Occidente che finge ancora di non capire

Emanuele Pieroni

20 gennaio 2026

Cinquant’anni prima(o giù di lì) delle piazze in fiamme, dei veli strappati e dei morti ammazzati in nome di Dio, Oriana Fallaci aveva già sezionato la rivoluzione islamica davanti a Khomeini, mostrando cosa succede quando una religione diventa legge. Diventa potere. Diventa violenza. Un’intervista feroce che racconta, anticipando tutto, l’Iran di oggi meglio delle analisi da saccenti che si leggono in giro adesso, e soprattutto smaschera l’Occidente vigliacco che allora applaudì e oggi finge stupore (continuando però a arraparsi onanisticamente ogni volta che si usa la parola “rivoluzione”)

di Emanuele Pieroni Emanuele Pieroni

A MOW le riunioni di redazione sono roba da scapigliati. Insomma, l’idea di fare le cose per bene, velocemente, buttando sul piatto idee e proposte c’è, ma poi si finisce sempre per filosofeggiare e far uscire i primi pezzi quando quelli che dalla “vita agra” si tengono lontani hanno già prodotto articoli e traffico. La vita agra, però, mica è una scelta. Soprattutto dalle parti di Milano. E non è nemmeno una roba così nuova, visto che c’è l’ultimo degli scapigliati l’ha raccontata, con tanto di quel titolo lì, già poco più di mezzo secolo fa. Una decina di anni prima, anzi oltre quindici, l’intervista che nell’ultima riunione di redazione di MOW ha fatto scattare il direttore nel suo immancabile (e maledetto) “vai, scrivila”. Ecco l’intervista su cui si era finiti per divagare era quella del 1979 di Oriana Fallaci all’ayatollah Khomeini e lì c’eravamo andati a finire, inevitabilmente, parlando di un “adesso”: del casino in Iran e di tutto quello che, in fondo in fondo, Oriana Fallaci aveva pure previsto. Ma no come prevedono i profeti, bensì come prevede chi ha saputo fare meglio di altri il mestiere del raccontare. O, per dirla più romantica, il mestiere dell’anatomopatologo di un potere che sembra morto, ma non muore mai.

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Oriana Fallaci in quel giorno a Qom del 1979

Sì, scrivere oggi, mentre l’Iran torna a bruciare nelle piazze e nelle carceri, dell’intervista che Oriana Fallaci fece a Ruhollah Khomeini nel 1979 significa misurarsi con uno di quei testi che li capisci quasi cinquant’anni dopo. Perché contiene profezie? Oriana Fallaci è stata quanto di più distante da una sibilla, ma perché mette a nudo, con una lucidità quasi crudele e quell’onestissimo cinismo del vero tipico della sua penna, l’ossatura ideologica della Rivoluzione islamica e della teocrazia iraniana appena nata e già compiuta nella sua violenza potenziale. In tutta proprio la sua violenza, che era potenziale allora e è quello che è adesso. Quell’incontro a Qom, avvenuto poche settimane dopo la caduta dello Scià, andrebbe fatto studiare a scuola, invece delle salmonate funzionali all’ideologia del gregge che sta uccidendo formazione e didattica. Un testo di ieri per raccontare l’adesso: distante dalla curiosità giornalistica, ma come documento politico e morale. Anzi: come avvertimento. Sia inteso: non contro l’Islam, non per catechizzare, non per indirizzare. Ma ricordarsi che leggere (persino la storia) è il presupposto per scrivere (persino la propria storia).

La Fallaci arriva davanti all’ayatollah sapendo di trovarsi di fronte un uomo che non le piace, ma comunque un uomo. Però consapevole pure di trovarsi di fronte a qualcuno che impersona un sistema di pensiero che rifiuta in radice l’idea stessa di mediazione. Khomeini parla solo per comandare. Argomenta? No, sta già governando. E quando alla Fallacio viene imposto il chador per poterlo intervistare, Oriana accetta. La sottomissione c’entra niente. O c’entra nella misura in cui puoi ribaltarla in qualcosa di immediatamente narrativo e politico. “E visto che mi dice così, mi tolgo subito questo stupido cencio medievale. Ecco fatto”. Straccio medievale, lo chiama, prima di toglierselo davanti a lui, rivendicando il diritto elementare — e per questo intollerabile — di una donna a parlare a volto scoperto. All’epoca sembrò la provocazione di una giornalista occidentale supponente e sfacciata. E invece, signori, era la rappresentazione plastica del conflitto che segnerà l’Iran per i decenni successivi, fino alle proteste di oggi.

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L'Iran che brucia

Alla domanda sul perché le donne debbano essere sottomesse a regole che gli uomini non subiscono, Khomeini, in quella intervista, risponde che è l’Islam a volerlo. Che è per il loro bene. Che chi non accetta non è degno di vivere nella Repubblica islamica. Zero ambiguità, zero sfumatura. La Fallaci annota. Incalza. Col cazzo che arretra! Ma soprattutto capisce qualcosa che noi cominciamo a capire con una cinquantina d’anni di ritardo. Capisce che quella rivoluzione, celebrata in Occidente come riscatto dei popoli oppressi, è in realtà l’ennesima sostituzione: alla tirannia dello Scià si sostituisce una tirannia sacralizzata e pure impermeabile alla critica perché fondata su Dio. Con l’entusiasmo superficiale, giannizzero e sciatto di chi confonde sempre la parola “rivoluzione” con la parola “libertà”, molti allora applaudirono. Oriana Fallaci no. E quando Khomeini afferma che la democrazia è un concetto occidentale inutile e che l’unica legge possibile è quella coranica, la Fallaci fa uno dei più grandi gesti di coraggio giornalistico della storia di questo mestiere: lascia parlare il potere. E lascia che sia il lettore a cogliere l’abisso e contestualmente la deriva. Accettando pure che possa succedere con un ritardi di mezzo secolo.

Eppure in quelle risposte c’era già tutto: il rifiuto dei diritti individuali, la subordinazione sistemica della donna, l’uso della violenza come strumento legittimo di governo, la repressione elevata a dovere religioso. Il progetto, insomma, visto che, dal 1979 in poi, la storia dell’Iran non ha fatto che sviluppare – anche coerentemente se vogliamo - quelle premesse. La Repubblica islamica iraniana si è strutturata come uno Stato teocratico in cui il potere politico è subordinato a quello religioso. Il dissenso è apostasia. La libertà è tollerata solo finché non mette in discussione il dogma. Le ondate di proteste che ciclicamente attraversano il Paese — dalle rivolte studentesche alle manifestazioni contro il velo, fino alle più recenti esplosioni di rabbia — non sono fisiologico dissenso. Sono la crepa vistosa di un nulla strutturale che si ritrova da una parte un potere che si proclama eterno perché voluto da Dio e dall’altra, finalmente, una società giovane, colta, urbanizzata. E che chiede oggi esattamente ciò che Oriana Fallaci chiedeva allora: vivere senza paura, senza veli imposti, senza essere puniti per aver pensato. Senza, insomma, “stracci medievali”.

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Oriana Fallaci

Dire che Oriana Fallaci “aveva previsto tutto” sarebbe storicamente scorretto. Anche nei suoi confronti. Ma dire che aveva capito tutto, questo sì, è sostenibile. E doveroso adesso che Oriana Fallaci non c’è più e dopo che, come al solito, è stata seppellita prima dalla merda che dalla terra nei suoi ultimissimi anni di vita, quando non sapeva più come avvisare. Quando, inevitabilmente, ha dovuto gridare, magari sconfinando pure oltre il rigore con cui aveva sempre affrontato – e personalizzato - il suo mestiere. Non era questione di Islam o non Islam, aveva semplicemente ribadito che un regime fondato sulla religione (e religione è sempre un modo, mai una specificità), e in particolare su una religione trasformata in legge penale, non può che produrre controllo ossessivo dei corpi — soprattutto di quelli femminili — e una violenza tanto più feroce quanto più si proclama giusta. Aveva visto, prima di molti altri, che il problema non era l’Iran, ma la teocrazia e tutte quelle idee di potere che non ammette limiti, perché convinto di parlare a nome di Dio o dell’assoluto. Insomma, aveva provato a ricordarci che la parola “rivoluzione” è troppo bella, troppo emotivamente potentissima, da meritarsi d’essere confusa con “sovversione” o con qualunque cosa non abbia minimamente a che fare con la Libertà. Quando è vera, cioè solo quando resta in capo agli individui.

Per questo oggi, mentre le immagini che arrivano dall’Iran raccontano ancora arresti, impiccagioni, donne punite per un velo, giovani uccisi per una protesta, l’intervista Oriana Fallaci–Khomeini del 1979 andrebbe riproposta con una chiarezza spietata, perché illumina la matrice dei fatti a cui il mondo sta assistendo. E sì, rileggerla, oggi, dovrebbe fare pure male. Ma male sul serio. Soprattutto nel ricordo di una donna che guardava il potere negli occhi e lo costringeva a mostrarsi per ciò che era: Khomeini, in quell’incontro che molti liquidarono come folklore esotico, disse esattamente quello che avrebbe poi fatto. E sta facendo. Forse all’occidente sarebbe bastato prendere sul serio tutte quelle risposte, ma pure le domande di quella giornalista un po’ femminista, un po’ socialista, un po’ liberale, un po’ radicale: LI BE RA. Sia le domande, sia le risposte, Oriana le aveva raccolte. Trascritte. Proposte. Consegnate. Erano già la radiografia di un regime e del destino di un popolo. E che ignorare quella radiografia è stato — ed è ancora — un lusso che l’Iran continua a pagare.

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