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Con “Io sono notizia” di Fabrizio Corona i giornali si sono riscoperti moralisti. Le critiche di Aldo Grasso e Dipollina, il tax credit e il ministro Giuli: ma davvero ci scandalizziamo per così poco?

  • di Alessia Kant Alessia Kant

20 gennaio 2026

Con “Io sono notizia” di Fabrizio Corona i giornali si sono riscoperti moralisti. Le critiche di Aldo Grasso e Dipollina, il tax credit e il ministro Giuli: ma davvero ci scandalizziamo per così poco?
Non il migliore documentario di Netflix, né il migliore su Corona. Ma “Io sono notizia” ha scandalizzato senza motivo i “maestri sacri” del giornalismo televisivo italiano. Da Grasso a Dipollina, l’asse Stampa-Repubblica-Corriere ha asfaltato la docuserie, ma davvero ci scandalizziamo per così poco? E sul tax credit di Giulia forse dobbiamo ricordarci di una cosa...

di Alessia Kant Alessia Kant

Di “Paparazzi King” se ne possono dire tante, a partire dal titolo che con la vita attuale di Corona e con il resto del documentario c’entra molto poco (e l’indiscusso king dei paparazzi era e resta Rino Barillari, altro che Corona) ma siccome all’estero conoscono la parola “paparazzi” e la associano all’Italia, allora usiamola che magari lo guardano. Della seria: allora chiamatelo “king of pizza” o “king of mandolino”, se la logica è questa.

Oppure si potrebbe contestare la scelta degli intervistati: si sente la mancanza di un punto di vista alto, come nei documentari di questo tipo prodotti oltre oceano, qualcuno capace di riflettere sulla società dello spettacolo nel suo complesso con cognizione di causa. Un Carlo Freccero, per dire, sarebbe stato perfetto: invece ci tocca una serie di luoghi comuni, a cominciare da quella ovvietà di terza mano per cui Corona “piace agli italiani perché’ incarna la furbizia”, roba da tema di maturità, da signora Cecioni al mercato del pesce.

E ancora, si potrebbe far notare come le scelte registiche non siano sempre coerenti: intervistare qualcuno in una galleria, in penombra, va bene se l’argomento trattato è la criminalità; ma se invece si parla di lustrini e di svippati, allora l’ambientazione invece di aggiungere livelli di significato distoglie l’attenzione dal racconto.

Ma parleremmo, comunque, di aspetti tecnici, relativi a un prodotto di una certa qualità, in un contesto dove – è bene ribadirlo e ricordarlo sempre – nell’anno del signore numero 2026 la novità della stagione è rappresentata da un format degli anni ’50, La ruota della fortuna, che realizza ascolti record.

Eppure, contro Io sono notizia si è scatenata una guerra santa a giornaloni unificati, la trimurti Stampa-Repubblica-Corriere ha schierato l’artiglieria pesante, un Dipollina caricato a pallettoni, un Grasso al napalm per fare a pezzi il prodotto, mettendo pure alla berlina gli autori citandone nomi e cognomi, roba da liste di proscrizione se non fosse che, personalmente, considero essere insultati da Aldo Grasso una medaglia al valore.

È stata montata una polemica ridicola, che ha tirato in ballo anche il Ministro Giuli perché’ il documentario “su un pregiudicato” è stato finanziato da denaro pubblico. Ora: questo è un Paese dove tutti gli audiovisivi ricevono, in un modo o nell’altro, contributi pubblici, anche pellicole come La guerra dei cafoni (2017) o Il talento del calabrone (2019). E contributi ha ricevuto anche la serie Yara – oltre ogni ragionevole dubbio, che aveva ben altri problemi rispetto a quella su Corona (tanto da dover essere rimontata in fretta e furia) e che, soprattutto, è servita per costruire la difesa di una persona attualmente in carcere a scontare il reato di omicidio.

Fabrizio Corona e Lele Mora in "Io sono notizia"
Fabrizio Corona e Lele Mora in "Io sono notizia"

Prendersela con un documentario su uno che non sarà uno stinco di santo, ma non è un omicida, e di cui hanno parlato tutti – ma veramente, tutti – è quindi chiaramente pretestuoso, così come ancora più pretestuoso è l’altro capo di accusa, quello moralista.

Netflix – è opinione di questi soloni – non dovrebbe occuparsi di Corona perché “esempio negativo”. Oh, bella. Dunque, ora chi produce un’opera audiovisiva deve prima interrogarsi se il contenuto sia edulcorante o meno.

E chi stabilisce cosa va bene e cosa non va bene? La Buoncostume? Dagospia?

Siamo, evidentemente, dalle parti del regime iraniano: e siccome tale regime è in difficoltà, suggeriamo ai sostenitori di tale tesi di partire in tutta fretta per Teheran.

Da che mondo è mondo, la rappresentazione del male eccita il pubblico, e da che mondo e mondo chi produce opere di finzione rappresenta il male proprio per venire incontro a questi gusti. Da Il Padrino a Gomorra passando per La Piovra, nessuna persona sana di mente si è mai scandalizzata, e quando qualcuno lo faceva veniva giustamente ignorato. E invece nel caso di Corona i giornaloni si sono riscoperti moralisti, difensori di un’etica non si bene rappresentata da chi o da che cosa.

Ma la cosa davvero paradossale, di questa crociata messa in piedi dai Cavalieri del Sacro Ordine dei Boomer, è come l’unico effetto delle loro sortite sia stato quello di rafforzare ancora di più sia il documentario – che ha goduto di una impensabile eco mediatica – sia la figura di Corona stesso.

La cosa migliore, davanti a un egotico come Fabrizio, sarebbe stata quella di ignorarlo: ma la vanità che muove Corona è la stessa che muove Grasso, Dipollina e le altre stelle, e così i venerabili maestri, accecati dall’invidia, ne hanno scritto peste e corna, finendo confermare la sua narrazione da perseguitato del sistema, che da farneticazione si è trasformata in profezia.

Del resto, si sa: altro che Corona, la vera specialità italiana su cui Netflix dovrebbe costruire un documentario è la nostra capacità di trasformare in miti dei mitomani.

Missione compiuta, ancora una volta.

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