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Signori, aprite gli occhi: è il Qatar la nuova potenza globale. Politica, cultura, istituzioni, hi-t

  • di Federico Giuliani Federico Giuliani

  • Foto: Ansa

19 gennaio 2026

Signori, aprite gli occhi: è il Qatar la nuova potenza globale. Politica, cultura, istituzioni, hi-t
Vi impressionano Cina, Stati Uniti e Russia? Perché ancora non vi siete resi conto di cosa sta facendo il piccolo Qatar. Piccolo solo per dimensioni geografiche, perché questo emirato sta lentamente conquistando il mondo. Come? Con una strategia impeccabile. Grazie a un fondo sovrano, la Qatar Investment Autority, che gestisce già oltre 500 miliardi di dollari di asset in giro per il pianeta. Grandi multinazionali, immobiliare, tecnologia, sport e pure istituzioni e cultura: tra finanziamenti e acquisti il soft power qatariota ha creato un'architettura di influenza globale perfetta. E lo ha fatto sotto i nostri occhi...

Foto: Ansa

di Federico Giuliani Federico Giuliani

Pensateci quando salite sugli elegantissimi aerei di Qatar Airways. Fateci caso quando la squadra di calcio del Paris Saint Germain alza al cielo la Champions League, oppure quando camminate per le vie centrali di Londra e Milano, tra hotel e immobili di extra lusso. Tutta questa roba qui è soltanto la punta più visibile dell'enorme iceberg che racchiude il soft power globale qatariota. Eppure, se vi chiedono di pensare una grande potenza, non mettereste mai il piccolo emirato del Golfo insieme a Stati Uniti, Cina e Russia. E invece la nuova “potenza silenziosa” arriva dal Medio Oriente, conta circa 2,5 milioni di abitanti e si sviluppa in poco più di 11mila chilometri quadrati di deserto. Un deserto ormai modellato in una El Dorado piena di grattacieli scintillanti e diventata hub logistico prediletto delle principali compagnie di volo e commerciali. Tutto merito dei cosiddetti petrodollari, ossia dell'enorme ricchezza petrolifera che il Qatar ha saputo, prima trasformare in quattrini, e poi reinvestire in ogni settore e continente. È così che gli Al Thani, rappresentati dall'emiro Tamim bin Hamad Al Thani, sono riusciti a occupare un posto nel gotha della governance globale, tra democrazie in declino e autocrati un po' paranoici. Il loro cavallo di battaglia? La Qatar Investment Authority, il fondo sovrano che gestisce oltre 500 miliardi di dollari, investiti in immobili iconici (da Londra a Washington), big tech, media, sport e difesa.

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Il Qatar, grazie a gas e petrolio, ha costruito una strategia di influenza chirurgica: comprare prossimità al potere, legittimazione istituzionale e controllo dei flussi narrativi. Negli Stati Uniti, per esempio, dal 2016 in poi Doha ha speso quasi 250 milioni in lobbying e Pr, lavorando con 88 società registrate Fara (che operano, negli Usa, per conto di governi o soggetti stranieri) e totalizzando oltre 600 incontri diretti con decisori politici, più di qualunque altro Paese. Non stupisce che oggi il Qatar sia considerato un alleato strategico “indispensabile” di Washington nonostante le critiche sui diritti umani e sul suo ruolo ambiguo nella regione. Certo, accanto a finanziamenti a istituzioni internazionali come l'Onu (500 milioni), non mancano episodi un po' opachi, come i casi giudiziari nel Parlamento europeo legati a presunti acquisti di influenza. Eppure, i tentacoli qatarioti continuano a estendersi nei settori che contano, rendendo il semplice soft power una sorta di architettura di potere permanente. Anche negli ambiti culturali, dello sport e dell'intrattenimento. Lo dimostrano i 6 e passa miliardi riversati nelle università statunitensi, in centri di ricerca e think tank come Brookings, o anche il denaro investito per tenere in piedi l'emittente televisiva Al Jazeera, assicurarsi i Mondiali di calcio del 2022, acquistare (e gestire) il citato Paris Saint Germain e influenzare spazi d'élite come la Biennale di Venezia.

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Non si tratta tanto di criticare o elogiare il “modello Qatar”, bensì di capire la strategia adottata da Doha senza applicare alcun filtro di carattere morale. Anche perché ogni grande potenza investe nel proprio soft power, come dimostrano i casi di Stati Uniti, Cina e Russia. Per farlo può essere utile, allora, leggere il reportage Inside Qatar: Hidden Stories from one of the Richest Nations on Earth di John McManus che aiuta a tracciare un contorno entro il quale inserire l'emirato. In ogni caso, tutto converge in un soft power che spesso diventa hard influence: dall'Europa a Israele emergono indagini e accuse su acquisti di consenso, mentre in Africa e Medio Oriente Doha si propone come “Svizzera del Golfo”, mediatore silenzioso ma centrale. Un simile modus operandi spiega perché il Qatar è oggi centrale nei dossier più sensibili, a partire dalla questione Israele–Gaza. Ospitare la leadership di Hamas e allo stesso tempo mediare tregue e scambi di ostaggi - su richiesta occidentale - ha intanto trasformato un potenziale stigma in un asset diplomatico. Non solo: negli Stati Uniti, soprattutto con Donald Trump, l'influenza qatariota ha raggiunto livelli inediti. Intorno alla galassia descritta, tra l'altro, ruotano figure come Tony Blair, consulente di riferimento degli Al Thani - capace di convertire relazioni politiche in affari miliardari - e una rete bipartisan di ex ministri, parlamentari e alti funzionari. È così che il Qatar ha ottenuto lo status di alleato non Nato, ospita una base militare statunitense e ha acquistato armi Usa per oltre 26 miliardi. Affari, investimenti, influenza: ecco la dottrina della nuova potenza globale silenziosa.

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