Vi ricordate cosa è successo in Afghanistan, Libia e Siria? Gli interventi per deporre dittatori, autocrati e governi non democratici hanno portato a guerre civili, Paesi smembrati, leader ancora peggiori e morti. Tanti, tantissimi, morti innocenti. Oggi in Iran c'è il rischio che possa succedere qualcosa di simile. Siamo sicuri che rimuovere brutalmente gli ayatollah possa automaticamente trasformare Teheran in una specie di El Dorado? È un rischio che vale la pena correre? Per rispondere a queste domande abbiamo (ri)letto Shah-in-Shah, lo splendido libro scritto dal giornalista polacco Ryszard Kapuscinski nel 1982. Partiamo dalla fine: Kapuscinski mostra come, dopo la caduta dello scià Mohammad Reza Pahlavi, il vuoto di potere fu riempito non dalla libertà, ma da una violenza ancora più organizzata. Nel 1979 l'autore fu inviato in Iran dall'Agenzia statale di stampa polacca, dove seguiì in prima linea la debacle dell'ultimo scià fino al ritorno in patria dell'esiliato Khomeini, accolto da un'ondata di entusiasmo popolare e fervore religioso.
È un momento interessante per leggere questo libro. In primis perché ci consente di tracciare parallelismi tra ciò che accadde in Iran e quanto sta accadendo adesso nel Paese. Dove un governo, un ordine o un regime, chiamatelo un po' come volete, è sotto pressione, e rschia di crollare dando vita a una nuova era inedita. Benissimo sostenere la libertà e salutare gli ayatollah, ma un'ipotesi del genere può andar bene, appunto, solo se completiamo il ragionamento proponendo una pars costruens. Distruggere è facile, costruire è molto più difficile. Ancor più se parliamo di politica. Detto altrimenti, c'è qualcuno che potrebbe sostituire Khamenei e i suoi collaboratori senza gettare l'Iran in una sorta di guerra civile, o peggio, nelle mani di uno scià erede dell'ultimo cacciato in malo modo? Qualcosa di simile, del resto, è già successo, come spiega Kapuscinski nel suo libro: “Raramente un popolo vive momenti simili! Ma proprio in quel momento il senso di vittoria sembrava naturale e giustificato. La Grande Civiltà dello Scià giaceva in rovina. Cos'era stato in sostanza? Un trapianto rifiutato. Era stato un tentativo di imporre un certo modello di vita a una comunità legata a tradizioni e valori completamente diversi. Era stato forzato, un'operazione che aveva più a che fare con il successo chirurgico in sé che con la questione se il paziente fosse sopravvissuto o, cosa altrettanto importante, se fosse rimasto se stesso”.
È legittimo dare spazio a Reza Pahlavi e alla sua opposizione al regime iraniano, ma è doveroso ricordare chi sia e da quale storia provenga. È figlio dello scià e il popolo iraniano non ha rimosso la memoria di quel passato. Anche l’Occidente, del resto, ha già commesso un errore simile: negli anni Settanta sostenne e celebrò l'ayatollah Ruhollah Khomeini durante il suo esilio europeo, amplificandone la voce – anche attraverso la Bbc Persian – e contribuendo alla diffusione. La dinastia Pahlavi ha lasciato ferite profonde. Il suo potere si reggeva sulla Savak, la polizia segreta responsabile di torture, repressioni e omicidi, mentre la corte dello scià viveva immersa nel lusso. Khomeini non è “piovuto dal cielo” ma è figlio di tanti errori, in parte commessi anche da noi (inteso come Occidente). Perché, dunque, le proteste diventino rivoluzione, forse non servono i fantasmi del passato, bensì una leadership nuova, radicata nella società e capace di indicare un futuro. Senza indebolire economicamente il Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche, però, il regime change sognato da Donald Trump resterà un'utopia. O quasi.