Prima che il nome di Jeffrey Epstein tornasse a rimbalzare ovunque, tra Maga in crisi di nervi e democratici pronti a usare il dossier come clava politica, c’era già chi da anni rovistava tra carte, mail, archivi e zone d’ombra del “sistema Epstein”. Emanuel Pietrobon è uno di questi. Analista geopolitico, specializzato in intelligence, sicurezza internazionale e guerra ibrida, Pietrobon collabora da tempo con riviste e centri di analisi strategica, in Italia e all’estero, occupandosi di servizi segreti, disinformazione e relazioni di potere tra Stati. Oggi è responsabile della divisione intelligence e sicurezza del think tank MasiraX. Non esattamente il tipo che si beve la versione ufficiale al primo sorso. Lo abbiamo chiamato perché negli ultimi mesi, mentre la politica americana si divideva tra chi gridava al complotto e chi all’insabbiamento, Pietrobon stava studiando a fondo i materiali declassificati del caso Epstein: documenti, corrispondenze, immagini, linguaggi cifrati e reti di relazioni che collegano affari, pedofilia, intelligence e geopolitica globale. Ma la domanda più scomoda di tutte è una sola perché questi file vengono rilasciati adesso, e a chi conviene davvero farlo.
Come mai vengono rilasciati gli Epstein Files e con quale scopo?
La verità è che il caso di Jeffrey Epstein ha sempre attirato l’attenzione del grande pubblico. Il defunto factotum, che nel corso della sua vita riuscì a essere matematico, operatore finanziario, gestore patrimoniale, consulente politico e investitore immobiliare, ricevette le prime denunce sul finire degli anni Novanta e non smise di rimanere sotto la scomoda luce dei riflettori delle associazioni contro la violenza su donne e minori. Il punto di svolta è chiaramente il 10 agosto 2019, giorno in cui il suo corpo viene ritrovato senza vita, nel pieno dell’amministrazione Trump, nella sua cella del Centro Correttivo Metropolitano di New York City. La morte appare sospetta fin da subito: pochi giorni prima del suicidio aveva denunciato alle guardie di essersi svegliato con dei segni di strangolamento sul collo e di non avere memoria del perché e per questo motivo fu trasferito in una nuova cella, da solo. La fatidica notte del presunto suicidio, le due guardie adibite alla sua sorveglianza si addormentarono e così non poterono eseguire l’obbligatorio controllo della cella ogni trenta minuti – che non fu eseguito per ben tre ore. C’è poi la questione telecamere: anche loro si addormentarono quella notte, filmando poco, nei momenti sbagliati e con qualche buco nelle registrazioni. La storia sembra finire così e di Epstein si continua a parlare soltanto nei forum dei teorici del complotto dell’estrema destra e tra i seguaci del Make America Great Again. Poi accade l’imprevisto: Donald Trump non viene rieletto. Fiutando l’importanza del caso Epstein per la sua base elettorale, che solo qualche anno prima era caduta mani e piedi in quella psyop sul pedo-satanismo praticato nei circoli Dem che fu la trama Pizzagate-QANON, Trump decide di strumentalizzare il caso Epstein e inizia a promettere che, se rieletto, farà luce su quello che ai suoi elettori appare come l’appendice naturale del Pizzagate-QANON. Nel 2024, per tantissime ragioni, i Democratici perdono la Casa Bianca a favore di Trump. Nonostante le promesse elettorali e le iniziali dichiarazioni forti della sua squadra – non dimentichiamo un’esaltata Pam Bondi che nel febbraio 2025 comunicava di avere “la lista dei clienti [di Epstein] sulla scrivania” –, a un certo punto, improvvisamente, Trump fa inversione a U: non solo non esiste nessuna lista di clienti, ma nell’archivio Epstein non ci sarebbe nulla di intrigante o meritevole di declassificazione. Il mondo MAGA si divide tra chi pensa che effettivamente Epstein non debba ricevere così tante attenzioni e chi annusa puzza di insabbiamento. Politici e influencer repubblicani iniziano a sospettare che nell’archivio Epstein possano esserci nomi appartenenti alla loro galassia. All’unisono, da Candace Owens a Tucker Carlson, si leva un grido: “Release the Files”. I democratici colgono la palla al balzo. Nel giugno 2025 Ro Khanna discute col repubblicano ribelle Thomas Massie della possibilità di chiedere la declassificazione dell’archivio. Massie, in rotta di collisione con Trump, di cui non apprezza lo stile autoritario e lo sdoganamento della corruzione, accetta la proposta. I due mettono la firma su una risoluzione bipartisan per obbligare il Dipartimento di Giustizia a pubblicare tutto ciò che è stato raccolto sul caso Epstein negli anni. Vincono. Il resto è storia che ci conduce qui.
Sembra incredibile ma i complottisti avevano ragione, effettivamente Epstein era un pedofilo e si è letto anche di tortura e omicidi nei confronti delle bambine e bambini portati sulla ormai purtroppo famosa isola. Tu che hai analizzato approfonditamente i file ci spieghi da cosa si desume questa cosa? Quali sono i materiali che circolano a proposito?
I contenuti espliciti sono parecchi: foto di Epstein in pose ambigue con bambine anche di 7-8 anni, foto dei clienti di Epstein con giovani e giovanissime – tra l’inquietante e il grottesco è una foto scattata “a tradimento” a un principe Andrea spaventatissimo che prova a svegliare una donna priva di sensi –, interscambi messaggistici a mezzo di posta elettronica in cui si parla di torture filmate, donne uccise e donne da uccidere.
La parola pizza è un nome in codice di cosa? Di che cifre si parla?
Epstein, Maxwell, i loro sodali e i loro clienti comunicavano con disinvoltura dei loro affari, dei loro intrighi politici e dei loro festini, scambiandosi messaggi, foto e video dei “bei momenti” trascorsi sull'isola di san Giacomo e altre locazioni che il defunto pedofilo aveva a sua disposizione. Nonostante la disinvoltura, esisteva una lingua cifrata di cui si servivano per evitare di parlare apertamente dei crimini, probabilmente di natura sessuale, che venivano compiuti nelle proprietà di Epstein per soddisfare le perversioni dei clienti più depravati e compiere rituali – questa storia, invero, ha un lato esoterico molto pronunciato. Tra le parole in codice più utilizzate nelle e-mail abbiamo “pizza” (861 menzioni), “cheese” (1141 menzioni) e “hot dog” (99 menzioni), che, peraltro, gli interlocutori impiegano all'interno di interscambi palesemente non relativi né all'acquisto di pizze né al consumo di formaggi. Prendiamo l'esempio del documento EFTA01829017, dataset 10, dove abbiamo Epstein che scrive “non so se la crema di formaggio e i neonati sono sullo stesso livello” e una persona dal nome oscurato che risponde “ci sono milioni di neonati, mentre poca è la crema al formaggio vegetale buona”.
Secondo i vocabolari che vengono periodicamente pubblicati e aggiornati dalle organizzazioni che danno la caccia ai predatori sessuali in rete, da enti privati come The Innocent Lives Foundation a forze di polizia come il FBI, nei circoli pedofili la parola “pizza” è stata tradizionalmente utilizzata per indicare le vittime in generale (bambini e bambine), “pizza al formaggio” per indicare i “video pedo-pornografici”, “hot dog” per riferirsi ai “maschietti”.
Le conseguenze politiche negli Stati Uniti e nel resto del mondo quali possono essere?
La speranza è che la declassificazione dell’archivio possa condurre non tanto alle dimissioni e all’ostracizzazione sociale di chi frequentava quello che la collega Elham Makdoum ha definito il “sistema Epstein”, ma all’arresto di chiunque è stato partecipe dei crimini compiuti sull’isola di san Giacomo e negli altri luoghi utilizzati dal defunto pedofilo. Difficilmente vedremo degli arresti. Mentre vedremo sicuramente altri suicidi improbabili di vittime e carnefici, così come vedremo qualche dimissione. L’Europa sta guidando la tendenza delle dimissioni spontanee di personaggi che hanno avuto a che fare con Epstein, non necessariamente compartecipando ai suoi festini peccaminosi e ad attività criminali. Penso che sia da monitorare la concreta possibilità di un risveglio della Sinistra in vista delle presidenziali statunitensi del 2028, con l’obiettivo di affossare non tanto il movimento MAGA, quanto l’Internazionale sovranista nel suo complesso. A questo proposito, non sottovalutiamo gli effetti della declassificazione in Francia e Italia, paesi-chiave nei disegni antieuropei della squadra Trump, alla luce dell’emergere di corrispondenza compromettente tra Epstein e Steve Bannon sui finanziamenti alla famiglia Le Pen e alla Lega. E la declassificazione non è ancora finita.
C'è una teoria per cui Epstein in realtà sarebbe ancora vivo. È plausibile oppure no?
Epstein è in compagnia di uno dei suoi personaggi preferiti dal 10 agosto 2019. E quel personaggio è il caro Satana, del quale gli piaceva parlare molto coi suoi amici, come Bannon, riportando con esattezza intere frasi tratte da “Paradiso perduto” di John Milton.
Chi era davvero Jeffrey Epstein? Ci sono legami con Putin e non solo.
Sono arrivato alla conclusione che Epstein sia morto per una ragione: un uomo abituato alla bella vita che si ritrova in carcere per i crimini compiuti insieme ai compagni di merende è un uomo che sta per registrare un disco di platino con gli inquirenti. Mi spiego meglio: Epstein non è mai stato il proprietario di quella rete di contatti politici, accademici e imprenditoriali con cui pianificava investimenti e della quale soddisfaceva le peggiori perversioni esistenti – Epstein ne era il gestore.
Penso che la mente di tutto sia sempre stata Ghislaine Maxwell, la compagna di Epstein, che è figlia del più noto Robert. Robert Maxwell fu il re dell’informazione britannica e una delle più importanti spie del Mossad della Guerra fredda. Robert ricevette denaro da Tel Aviv per costruire un impero mediatico, che poi utilizzò per influenzare le percezioni dell’opinione pubblica britannica in una maniera favorevole agli interessi israeliani. Ma fece anche altro: passaggio di informazioni segrete sulla famiglia reale, compromissioni, individuazione di gole profonde – fu proprio Robert a identificare in Mordechai Vanunu la fonte delle rivelazioni alla stampa occidentale sull’esistenza di armi atomiche in Israele. Forse perché provò a fare il triplo gioco con MI6 e KGB, o forse perché provò a ricattare i suoi capi, Robert morì per annegamento nel 1991. Gli fu tributato un funerale di stato sul Monte degli Ulivi a cui parteciparono i vertici delle istituzioni israeliane. Sappiamo che Ghislaine ha ereditato dal padre la ricchezza sociale – i contatti –, oltre che quella patrimoniale, e che le fortune del giovane Jeffrey iniziano proprio dopo il fatidico incontro con lei. Ritengo più che plausibile che Jeffrey fosse stato selezionato dal Mossad per portare avanti il lavoro di Robert Maxwell. Questo spiegherebbe non soltanto la sua vicinanza a persone come Ehud Barak, ma anche le ragioni della sua costante ricerca – in ogni interazione, con clienti e collaboratori statunitensi, britannici, francesi, sauditi, emiratini, eccetera – di opportunità politiche per far avanzare gli interessi israeliani nel mondo, dalla Libia alla Siria. I legami con la Russia? Da una lettura approfondita dell’archivio emerge come Jeffrey avesse un disperato bisogno di escort di alta classe per soddisfare i vizi dei clienti più facoltosi. Questo bisogno portò Jeffrey e i suoi collaboratori in Russia, dove contattarono agenzie di escort gestite dai servizi segreti moscoviti. Penso che i russi, i re incontrastati delle trappole al miele, fiutarono immediatamente come quella di Epstein fosse un’operazione di intelligence e ottennero così, senza essere soci del Mossad, materiale compromettente sui potenti occidentali e non che frequentavano le sue proprietà. Dall’interscambio tra Epstein e i suoi contatti russi, come Sergei Belyakov, uomo formatosi nell’ex accademia del KGB e principale procacciatore di escort russe, emerge come le relazioni fossero tutt’altro che rosee. Epstein si lamentava, in una serie di e-mail datate luglio 2015, del fatto che una delle escort trovate da Belyakov, una certa Guzel Gunieva, aveva cominciato a ricattare i clienti di Epstein per conto proprio. Epstein era furioso e chiedeva “consigli” a Belyakov su cosa fare di lei, dato che sapeva dove stesse alleggiando – al Four Seasons di New York. Stava cercando l’autorizzazione a eliminarla. Per grande sorpresa di Epstein, Belyakov consiglia caldamente di non toccarla e di lasciare che operi negli Stati Uniti. E che dire degli innumerevoli tentativi di agganciare politici e imprenditori russi? Epstein voleva che anche i potenti russi frequentassero la sua isola. Né Belyakov né gli altri russi con cui aveva stabilito contatti lo accontentarono mai, limitandosi a fornire delle inaffidabili escort e a raccogliere informazioni su ciò che accadeva nell’Epstein-verso. No. Epstein non lavorava affatto per i russi. I russi avevano semplicemente capito che nel laghetto di Epstein si poteva pescare e ne approfittarono. Certo è, invece, che, Mossad a parte, Epstein disponeva anche di contatti tra MI6 e CIA. Non possiamo sapere se provò a fare il triplo gioco. Ad ogni modo, sapeva troppo e i suoi capi non potevano né volevano correre il rischio di lasciarlo in vita.