Quanto ci vorrà ancora per dire a chiare lettere che l’omicidio di David Rossi è stato un delitto di ’ndrangheta? E quanti altri David Rossi dovranno esserci prima che si arrivi alla verità? Catia Silva, capo dello staff della nuova Commissione d’inchiesta sulla morte di Rossi, come raccontato a Far West, è stata minacciata di morte perché la pista intrapresa dall’organo parlamentare non sta bene a qualcuno. Non è la prima persona a tirare in ballo la ’ndrangheta a proposito del caso David Rossi. Già Giovanna Ricci, la vigilessa che per prima riconobbe Francesco Giusti nel vicolo in cui venne ritrovato il corpo di Rossi, raccontò in Commissione che in Mps vi erano numerosi “conti in nero”: una definizione semplicistica per indicare la presenza di conti correnti su cui finivano soldi riciclati da attività illecite, dal traffico di cocaina a quello di armi.
La pista che, attraverso il numero ritrovato nel telefono di Rossi al momento della sua morte, conduce a Viadana ed è stata inaugurata – almeno a livello televisivo – da Massimo Giletti con il brevissimo (forse troppo) intervento di Maurizio Montigiani a Lo Stato delle Cose. Una pista che prende piede in un momento delicatissimo per l’Italia, attraversata dal referendum sulla giustizia e dal nuovo scandalo – per ora quiescente – sull’operazione del cosiddetto terzo polo bancario, al cui centro ci sono i vertici di Mps Lovaglio e Caltagirone di Mediobanca. Forse l’allineamento perfetto per tornare a parlare del marcio che ha circondato le indagini sulla morte di Rossi. Catia Silva tira in ballo un nome che era già stato citato da Maurizio Montigiani, ovvero Salvatore Grande Aracri, boss dell’ndrangheta nel mantovano con un conto proprio in quella filiale della Banco di Puglia e Basilicata un tempo afferente a Mps. “Le campagne elettorali di Viadana le facevano pure a Cutro” racconta pure una giornalista della Gazzetta di Mantova nel programma andato in onda ieri sera.
Grande Aracri è stato una figura apicale della ’ndrangheta nel periodo di maggior infiltrazione nel Nord Italia ed è proprio Catia Silva ad essere stata minacciata di morte direttamente da lui, oltre a numerose altre inquietanti intimidazioni che da quando ha iniziato a collaborare con la Commissione si sono moltiplicate. Da quando è morto Rossi le voci hanno iniziato a rincorrersi, e numerose, su quel che potesse esservi dietro e in molti hanno accennato alla cosiddetta “pista verde”, una pista che forse ora viene trattata perché utile. A che cosa? A vari scopi, a partire dal referendum sulla giustizia. I Pm sono corrotti e non hanno compiuto un buon lavoro sul caso di Rossi. Secondo, la nuova questione di Mps. Ma ciò non toglie che si sia trattato di un omicidio con sullo sfondo la ‘ndrangheta e dunque ben venga che se ne parli, a prescindere del motivo per cui viene fatto.