Non c'è più un momento di pace per Emmannuel Macron. Non bastassero gli scaz*i politici interni e le elezioni sempre più vicine, l'Europa in disaccordo su come comportarsi nella guerra in Ucraina e in Medio Oriente, a togliere il sonno del capo dell'Eliseo ci ha ulteriormente pensato Donald Trump. Quel burlone del presidente statunitense lo ha infatti minacciato con la sua arma preferita: i dazi. È infatti successo che il tycoon ha minacciato di imporre dazi del 200% sui vini e sugli champagne francesi nel tentativo di convincere Macron a partecipare alla sua iniziativa del Board of Peace volta a risolvere i conflitti globali. Dal momento che l'iniziativa trumpiana - che inizierebbe affrontando il dossier Gaza e che poi si estenderebbe a tanti altri conflitti in giro per il pianeta – eclisserebbe definitivamente le Nazioni Unite, e con esso il ruolo di chiunque non si chiami Stati Uniti d'America (qualcosa di impensabile per la grandeur francese) ecco che una fonte vicina al ruspante Emmanuel ha spiegato che il presidentissimo avrebbe declinato l'invito scatenando le ire di Donald. “Ha detto questo? Beh, nessuno lo vuole perché lascerà l'incarico molto presto. Applicherò una tariffa del 200% sui suoi vini e champagne e lui si unirà, ma non è obbligato a farlo”, ha tuonato Trump ai giornalisti.
Non pensate che si tratti dell'ennesima sparata di Trump. Il settore francese dei vini e dei liquori è infatti più volte finito nel mirino di Washington. Nel 2019, durante il suo primo mandato alla Casa Bianca, il tycoon stangò i produttori francesi con tariffe del 25% giustificando la misura come una ritorsione legata all'allora disputa Airbus-Boeing tra Europa e Stati Uniti. Con l'intensificarsi delle tensioni su entrambe le sponde dell'Atlantico, Washington applicò tariffe aggiuntive, nel gennaio 2021, anche al vino sfuso e alle acquaviti, incluso il cognac. Solo lo champagne fu risparmiato dall'ira di Donald. L'arrivo di Joe Biden al potere portò alla revoca delle sanzioni. E poi? Con il ritorno di Trump sono esplosi nuovi casini, con minacce di dazi del 200% per i vini e i liquori europei. Alla fine le tariffe si sarebbero fermate al 15%. Il problema, per la Francia, è che il suo settore di vini e liquori vale circa 15-16 miliardi di euro (a seconda delle stime prese in esame), per la cronaca contro i 10 miliardi di quello italiano. Altro guaio non da poco per Parigi: il mercato statunitense è la principale destinazione di esportazione per vini e liquori francesi, con vendite nel 2024 pari a un totale di 3,8 miliardi, in crescita del 5% su base annua (2,3 miliardi per l'export di vini e 800 milioni per quello di champagne).
Trump andrebbe dunque a colpire un settore delicatissimo e strategico per la Francia. Non solo per i produttori francesi, che si ritroverebbero sulle spalle la pressione dei dazi, ma anche per i ricconi transalpini che navigano tra vini e liquori di lusso. Le azioni del conglomerato Lvmh, che possiede importanti produttori di champagne tra cui Moet & Chandon, Dom Pérignon, Château Cheval Blanc, Veuve Clicquot, Ruinart e Château d'Yquem, sono scese di circa il 3% a causa delle minacce trumpiane. Il suo Ceo, Bernard Arnault, l'uomo più ricco d'Europa, ha visto il proprio patrimonio (di quasi 145 miliardi) ridursi addirittura di circa 10 miliardi in 24 ore. Ma non ci sono solo i dazi degli Usa a minacciare i pregiati alcolici francesi. Il mercato Asia-Pacifico delle bevande alcoliche, stimato intorno ai 460 miliardi nel 2025, non è più appannaggio dei soli colossi occidentali (francesi compresi). Cosa significa? Semplice: questo aumento della domanda e dell'offerta locale rischia di erodere parte della domanda per vini e liquori di Parigi in Paesi chiave dell'Oriente (Cina in primis), accentuando la pressione competitiva su un'industria già colpita da cali di export nel continente asiatico.