In questi giorni si sta verificando un fenomeno molto raro all’estero ma purtroppo molto tipico dell’ecosistema giornalistico italiano. La redazione di Report tiene sotto scacco la Rai che ha osato defenestrare il suo capo Sigfrido Ranucci che ha “chiamato la piazza” giornalistica con il risultato di far saltare la nomina di Giulia Presutti, a sua volta rea di tentata usurpazione del trono del Regno di Reportistan, sebbene in coabitazione con Daniele Piervincenzi, divenuto famoso per la craniata ricevuta da Roberto Spada in quel di Ostia.
Alla fine hanno vinto loro, cioè i ranuccisti e Sigfrido stesso che gestisce Report un po’ come una sua proprietà personale.
La nuova conduttrice è Claudia Di Pasquale, storica inviata della trasmissione, che sostituisce la Presutti. Bocciata Giulia Innocenzi che non è neppure giornalista (e che voleva le dimissioni in blocco degli inviati se fosse stata confermata la prima coppia) e anche Raffaella Notariale sponsorizzata da Sigfrido Ranucci. E Piervincenzi? Naturalmente resta perché non si poteva fare altrimenti dopo gli annunci. Grande gioia in Rai perché così Report andrà in onda regolarmente l’8 novembre. Ma in questo articolo vogliamo analizzare le dinamiche della nomina più che i nomi stessi.
La redazione di Report è movimentista, si sa. È imparentata con la mitica Telekabul di Sandro Curzi e affonda le sue radici in un fatto storico, il populismo che ha sempre governato Raitrestan, Ultima Thule e avamposto della sinistra.
Ignazio La Russa, Presidente del Senato, ha detto che Report deve esistere ma deve cambiare il conduttore e io sposo pienamente questa visione o ottica qual dir si voglia. Il giornalismo di inchiesta, se fatto bene e non è fazioso, è un valore aggiunto e rimanda alle sorgenti mitologiche del giornalismo stesso e al suo ruolo, come dicono gli anglosassoni, di “cane da guardia del potere”. Ed è indubbio che il successo della trasmissione sia dovuto al fatto che i telespettatori non ne vogliono più sapere di finti “agnelli da guardia”, che sorgono come funghi mosci dopo un acquazzone.
Desta tuttavia preoccupazione che la RAI, organo pubblico di informazione, di mezzi finanziari pressocché illimitati, subisca le imposizioni della redazione che vuole governare il processo di transizione al grido rivoluzionario: “Giù le mani da Report, è roba nostra!”. E no, perché il servizio pubblico non è “roba di qualcuno” ma è roba del Popolo italiano e la qualcosa avrebbe, se non avessimo perso da tempo la bussola valoriale, una certa importanza, diciamo pure costituzionale e non si può invocare la “Costituzione più bella del mondo”, come benignamente sancito dal comico toscano, solo quando fa comodo. E questo al netto della indubbia bravura tecnica della redazione stessa.
Senza contare che ora inizia la modesta fase del “mercanteggiamento sostitutivo” di altri programmi in cambio della rinuncia della giornalista a condurre Report. Il tutto per non irritare la redazione che non accetta che il suo editore segua la legge e nomini chi ritiene più opportuno. Invece Piervincenzi seguirebbe la seconda parte della trasmissione e cioè ReportLab, contentino in la minore. Questo, secondo Repubblica, l’accordo trovato ieri tra il direttore degli Approfondimenti Rai Paolo Corsini e i rappresentanti della redazione di Report che era sbottata in un classico risorgimentale e cioè: “O lei o noi!”. Il tutto dopo che Sigfrido, usiamo il pomposo nome teutonico dell’ormai ex conduttore, l’aveva additata come traditrice perché in chat lo difendeva mentre era già -pare- in trattativa con i vertici Rai per soffiargli il post(o). Presutti invece ha adottato la tecnica dorotea di dialogare con tutti ed infatti alla fine è restato.
Un bene per i giornalisti ma un male per l’Italia in tempi in cui la gente non è fessa e “ha fatto il militare a Cuneo”, come direbbe il grande Totò. Tradotto: attenzione che chi ha il potere decisionale perde punti abdicando al suo ruolo di editore e le elezioni -e soprattutto il Generale Vannacci-si avvicinano. C’è una sana voglia di chiarezza e di verità e occorre rispondere alla domanda: “In Rai chi comanda veramente?”.