Sì. È uscita la sesta stagione di “Slow Horses” e mannaggia ad Apple+ ne è uscita solo la prima puntata: rispettate il binge watching e che cavolo. In ogni caso, anche questa sesta stagione è memorabile: se la prima puntata della prima stagione iniziava con un rutto, questa sesta stagione, che è una sorta di reboot (la quinta stagione si concludeva con un meraviglioso primo piano dei piedi che svelava più di un segreto di Jackson Lamb (o di Gary Oldman, che ha ammesso: “Sono diventato Lamb, l’unica differenza è che continuo a lavarmi”), ci fa vedere un meraviglioso rutto, una risata incontenibile durante un funerale, un Lamb-Oldman al quale non arriva lo stipendio, e una coppia che sta facendo fuori tutti gli ex-ronzini e, a quanto pare, non solo gli ex: River Cartwright (Jack Lowden, che, a quanto pare, sarà il nuovo James Bond – a questo proposito Gary Oldman ha fatto una sibillina dichiarazione: “So chi sarà il nuovo James Bond”).
E come abbiamo già detto per il “genere” – la distopia, l’horror, il western – anche il genere spione, o come si chiama in Italia, il genere “Segretissimo”, sono del tutto il neorealismo del nostro tempo, tempo in cui il proletariato e il sottoproletariato vivono in un distopico-survival, il proletariato in un distopico-sociale, la borghesia in una distopia-psichedelica, l’Elite in una distopia-apocalittica, e in cui, per interpretarlo (sempre il nostro tempo), bisogna ricorrere ai “generi”. In più, lo stile di Slow Horses è neorealista fino all’osso: niente magnificenze, solo la realtà cruda così com’è, con tutti i moti intestinali se hai una colite da alcolismo, e se capita che un immobiliarista viene picchiato con una tastiera di un computer fino a spaccargli il naso, l’unico problema è toglierlo da lì perché lì non può stare: esempio di straordinario menefreghismo. Sono altre le cose che importano agli Slow Horses, ai ronzini dell’MI5, soprattutto come non restare schiavi della politica, perché è questo che sono i “ronzini”, servizi segreti che “deviano” non per interesse personale o per arricchirsi, ma in nome di un’etica che è scomparsa nel nostro Occidente annichilito dalla visione economica dell’Apocalisse in corso. C’è ovviamente chi li chiama antieroi, gli stessi, per dire, che chiamano “eroi” certe espressioni della politica internazionale, scambiando la malattia di mente con l’eroismo.
Per questo Slow Horses è magnifico, esaltato, crudo, neorealista, eppure epico. Una volta si diceva “sventurato il paese che ha bisogno di eroi”, ma adesso, che gli eroi li abbiamo conosciuti bene, con la loro carica di narcisismo tossico, con la loro capacità di mandare al macello gli altri in nome del loro eroismo (ma mi faccia il piacere, direbbe Totò), possiamo serenamente dire: “sventurato il paese che non sa di avere bisogno di antieroi”. Siamo tutti stanchi della retorica che oramai ha presa soltanto su barman e onlyfanser, oltre ovviamente ai lettori che sbranano romanzi borghesi. Dovreste godervi un rutto all’aroma di ristorante cinese, per capire cosa è la realtà. E in questo, Slow Horses è il nostro faro. SBROAT.