Scorregge e calzini bucati
Il finale della quinta stagione di Slow Horses mi ha lasciato a bocca aperta e con gli occhi lucidi: è uno dei migliori finali di stagione della storia delle serie TV, e forse il migliore in assoluto. Così come la “fart” (la scorreggia) di Jackson Lamb è stata uno dei migliori attacchi e presentazioni di personaggio di sempre (scorregge e calzini bucati sono due caratteristiche, ma anche — si scoprirà — due superpoteri). C’è qualcosa di shakespeariano in Slow Horses (I Ronzini), e non solo perché il cast è britannico, Mick Herron, l’autore dei romanzi da cui è tratta la serie, è britannico, e del protagonista — uno stratosferico Gary Oldman — ci siamo innamorati tutti in Rosencrantz e Guildenstern sono morti (un Amleto riscritto da un altro gigante del teatro britannico: Tom Stoppard).
James Bond non l'avrebbe mai fatto
C’è qualcosa di shakespeariano perché la Slough House (la Casa del Pantano), dove vengono confinati gli agenti dell’MI5 che hanno combinato qualche cazata in servizio (chi dimentica documenti classificati in treno, chi ha il vizio del gioco, chi quello della cocaina), è un distaccamento fatiscente e decadente, un carrozzone sgangherato, come quello dei teatranti di Rosencrantz e Guildenstern, dove l’alcolismo di Jackson Lamb è raccontato per quello che è: scorregge, caate improvvise, sonno tossico sul divano, trascuratezza e scarsa igiene personale. Altro che quell’elegantone di James Bond, che beve tanto anche lui ma non ha mai un attacco di colite (cagotto).
"Sono stato indaffarato"
Ma la quinta stagione di Slow Horses, per la prima volta, toglie un velo di alito di cipolla a questo personaggio immaginario, al quale Gary Oldman ha regalato una fisicità cockney archetipica, come se James Bond si fosse autorelegato in una stamberga disordinata, indossando sempre lo stesso impermeabile sporco, le scarpe sformate, ed evitando accuratamente di tagliarsi o lavarsi i capelli. «Sono stato indaffarato ultimamente, forse mi sono lasciato un po’ andare». È burbero, menefreghista, fancazzista, dispettoso, arrogante, traumatizzato e genialmente efficientissimo. Così come tutta la Casa del Pantano, dove ogni agente finisce per somigliargli, e dove ogni agente messo lì per punizione finisce per amare inconsapevolmente quella condizione sospesa, che è anche un punto di vista privilegiato su un mondo che va a rotoli e che si può solo tentare di rappezzare, come i calzini di Lamb, che nascondono un segreto.
Il meno possibile
No spoiler: quei calzini bucati sull’alluce o sul tallone, che nel corso delle stagioni sono diventati iconici, non sono soltanto una caratterizzazione di un personaggio, ma un capolavoro di drammatizzazione. Per questo, dietro, c’è lui: c’è Shakespeare. No, Slow Horses non è soltanto una serie di spionaggio. È una drammaturgia raffinatissima sull’uomo, sul mondo contemporaneo, sulla decadenza, sull’inarrestabilità dell’apocalisse in corso, in cui si sopravvive — secondo la lezione di Jackson Lamb — «soltanto non facendo niente». Anche se, ogni tanto, la Storia non ti costringe a doverci mettere una pezza.Se una volta, fino al crollo del Muro di Berlino, era il mondo che si voleva salvare, oggi non resta che imboscarsi in un pantano qualsiasi, cercando di fare il meno possibile, ma quel meno farlo divinamente. In un mondo in cui tutti cercano di fare gli eroi, Jackson Lamb è l’antieroe perfetto: il nostro Untermensch, il contrario del superuomo, il menouomo che — se per i nazisti significava “inferiore” — con Gary Oldman diventa “meno umano” nel senso classico: una semidivinità. E della mitologia greca, Jackson Lamb ha tantissimo.