Non si può né si deve vedere Spider-Noir, la splendida serie con uno strepitoso Nicolas Cage che si ispira a Humphrey Bogart, a colori. A colori diventa un prodotto. In bianco e nero è il racconto di un'epoca. Quella della Grande Depressione a New York. Io credo fermamente che quella New York fosse in bianco e nero anche nella realtà. Ci sono stato, ho scrostato i muri, sotto i neon degli Ottanta e i colori saturati dei Settanta, gratta gratta è uscita fuori la New York in bianco e nero: è la fantasia che crea la realtà, è la letteratura che la plasma, è il cinema che le dà forma. Quella di Spider-Noir è una New York hard boiled. Spider-Noir va visto in bianco e nero. Punto.
La New York degli anni Trenta non era una città. Era un organismo industriale costruito con carbone, pioggia e debiti. Le strade brillavano di povertà lucida. I marciapiedi odoravano di tabacco umido e caffè annacquato. Gli strilloni correvano tra i taxi gridando titoli sulla borsa, sugli omicidi, sui gangster appena usciti da Sing Sing. Gli uomini tenevano il cappello abbassato sugli occhi come se il mondo dovesse essere visto nell'ombra. Dentro gli uffici privati c’erano schedari metallici, ventilatori che giravano lentamente e segretarie che battevano sui tasti delle Underwood come mitragliatrici dalle unghie laccate e quello smalto, di qualunque colore fosse, era sempre nero. Le persiane a listelli dalle quali spiare tagliavano la luce in staffilate. Il sole entrava negli uffici con l'irruenza reticente di una femme fatale.
È il mondo di Philip Marlowe, anche se Marlowe ancora doveva diventare leggenda. È il mondo di Sam Spade. È il mondo delle riviste pulp lasciate sui tavolini dei diner, delle pagine di cronaca nera stampate con inchiostro che macchiava le dita, dei cronisti che consumavano whisky e suole di scarpe e sigarette e taccuini. È il mondo di Black Mask, la rivista che insegnò agli americani una lingua nuova. Frasi brevi. Pugni secchi. Uomini che parlavano poco e osservavano molto. La pioggia contro le finestre. Il fumo sospeso sopra un tavolo da poker. La luce che cade su una pistola. Un vicolo. Le scale antincendio, backdoor affacciate sui vizi consumati negli appartamenti. Una sirena lontana. Lo vedete come tutto suona in bianco e nero? Per questo Spider-Noir funziona così bene. Peter Parker smette di essere il ragazzo brillante della Marvel contemporanea e diventa una creatura uscita da un romanzo dimenticato in un cassetto metallico. Una figura che si muove tra sindacati corrotti, boss politici, poliziotti comprati e giornalisti sempre sul campo.
A colori i cappotti diventano costumi e il fumo diventa effetto speciale. In bianco e nero la città torna a essere città. Le ombre riprendono possesso degli angoli. Il noir nasce da una verità elementare: il male raramente si presenta illuminato a giorno. Vive nelle zone intermedie. Nelle gradazioni di grigio. Nei corridoi dove una lampadina cerca di combattere il buio. Spider-Noir appartiene a quella tradizione culturale che passa da Dashiell Hammett a Raymond Chandler, dai giornali scandalistici ai pulp magazine, dalle macchine da scrivere Remington ai bicchieri di rye whisky appoggiati sui banconi dei night club. Una tradizione costruita su carta ruvida, inchiostro economico e dialoghi taglienti. In bianco e nero sento meglio il rumore delle rotative, i titoli composti a piombo, i fotografi dei quotidiani con il flash al magnesio, i cronisti fumare sulle scale dei tribunali, gli ascensori con la grata metallica. Sento il crimine che nasce dalla Grande Depressione e si fa new economy. E sento persino l'eco di quello che c'è intorno alla città di quegli anni. Il cambiamento climatico, la siccità, le carovane disperate di pick-up scassati verso la California con le sue arance. Attraverso il bianco e nero di Spider-Noir sento anche il sole rovente della campagna. Gialla come gli stivali del protagonista di Furore di John Steinbeck.