Quanto accaduto ieri sera per le strade di Parigi ha dell’assurdo, ma ancor di più dell’orrido. Nella città delle rivoluzioni, delle rivolte, delle sommosse storiche, il fuoco torna ad ardere. Ma chi della presa della Bastiglia ne fu protagonista la notte scorsa, probabilmente, si è più e più volte rigirato nella tomba. Secondo autori come Norbert Elias, “lo sport è un meccanismo sociale di civilizzazione. Permette di incanalare e sfogare l'aggressività umana in forme ritualizzate e controllate, sostituendo la violenza fisica reale con la competizione regolamentata”. Definizione che stride come unghie che strisciano lungo una lavagna rispetto allo spettacolo andato in scena ieri sera nella capitale francese dove si è consumata una delle peggiori esternazioni di regressione sociale in tribalismo selvaggio che la società contemporanea europea ci abbia regalato nell’ultimo decennio probabilmente. Era già successo lo scorso anno dopo la finale vinta contro l’Inter a Monaco, quando i disordini hanno travolto Parigi che quest’anno si era, preventivamente, attrezzata per attutire gli eventuali danni. Ma la prevenzione non è stata sufficiente e lungi dal voler, in tale sede, perdersi in ricerche circa le svariate responsabilità in termini di ordine pubblico, il punto focale è un altro: la raccapricciante brutalità nella quale dei “normalissimi festeggiamenti”, per quanto esaltanti, sono sfociati. Negozi assaltati, vetrine distrutte, macchine massacrate, fuochi appiccati, una città letteralmente a fuoco e fiamme che a vederne le immagini decontestualizzate sembrerebbero una scena da guerriglia urbana d’altri tempi. Un abbandono totale della coscienza sociale e individuale sfociata in una totale de individuazione aggressiva e quasi animalesca che fa riflettere e preoccupare. Come se non bastasse, la tristissima cartolina from Paris resa proprio dai parigini, freschi di vittoria della Champions League, cozza clamorosamente con tutte le battaglie etiche portate avanti spesso dalla tifoseria del Psg. Una fastidiosa contraddizione che sbatte in prima pagina una tristissima incoerenza di valori se il fine giustifica i mezzi quando ‘i mezzi’ sono la distruzione gratuita e immotivata di una città.
Gratuita e immotivata senza ammissione di replica alcuna. Neppure il più lontano dei tentativi di arrampicata sugli specchi delle vetrine ormai peraltro devastate potrà giustificare una simile follia collettiva: ribellione? Rivolta sociale? Nossignori, psicosi condivisa e generalizzata diffusasi a macchia d’olio che dovrebbe far scattare un paio di allarmi sociali: d’ordine pubblico ma non solo. Focalizzarsi sull’inasprimento di pene e misure di sicurezza serve ma fino a pagina due se ancora una volta verrà bypassato il cuore del problema. E se è al cuore che dovremmo parlare è il cuore - supponendo che ce ne sia rimasto uno - che dovremmo approfonditamente consultare a proposito delle ragioni che possano spingere migliaia e migliaia di tifosi, scesi in piazza per celebrare una gioia come la vittoria storica di un titolo come la seconda Coppa dalle grandi orecchie consecutiva, a ritrovarsi fagocitati da una rabbia generale e generalizzata che ha di fatto ipnotizzato centinaia di persone finite a seminare distruzione, devastazione, caos, rabbia, odio e dolore che hanno macchiato per sempre una pagina leggendaria della loro stessa storia. Se tanto dà tanto, a nulla valgono gli slogan, gli striscioni e le tanto ben costruite coreografie. Se il rispetto chiesto è quanto dato, ci si interroga sul valore dato e preteso a tale parola. Troppo comodo sarebbe spostare il focus sul pullulante quanto populista discorso religioso-politico quanto però altrettanto comodo è trascinarlo dentro gli stadi di una delle più grandi esibizioni sportive del mondo salvo poi sputarci sopra per le strade. “Bravo al Psg che fa sognare tutta l’Europa. La Francia è orgogliosa. Una nuova stella brilla su Parigi!”, aveva scritto il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron su X dopo il triplice fischio. Peccato che a brillare sulla Capitale sono stati lacrimogeni, fuochi, fumo, sirene di pompieri e ambulanze, né stelle tantomeno sogni. Per le strade della città dell’amour, in periferia e in centro, è stato impossibile dormire, figuriamoci sognare e di orgogliosi c’è da essere davvero poco. Molto tristemente questa mattina persino quella leggendaria Coppa perde giusto magia, quella magia che la rende unica: l’amore del popolo che la celebra. E ieri notte Parigi, la città dell’amore, ha dimenticato cosa fosse proprio quel sentimento che muove tutto, e che per antonomasia - o forse solo per cliché - dovrebbe muovere soprattutto sé stessa. Ma a trionfare, a Parigi, è stato l’odio.