Massimiliano Allegri allenatore del Napoli è un controsenso, una dicotomia: l’elogio dell’orrore come strumento per raggiungere la vittoria, nella città della bellezza e di Diego Armando Maradona. Il tecnico livornese, fresco di esonero dal Milan dopo un fallimentare quinto posto in campionato, sostituirà Antonio Conte sulla panchina della squadra partenopea. Lo stesso avvenne alla Juve nel luglio 2014. E fu un successo. Da lì iniziò l’epopea di Max in casa bianconera, con i cinque scudetti consecutivi, le coppe Italia e le due finali di Champions League perse. Forse De Laurentiis, quando ha scelto, sognava di ripetere quella striscia di trofei da record, ma non ha capito che il Napoli non è la Juve di quelle stagioni e che, nel frattempo, è passato un decennio in cui Allegri non ha vinto più niente di particolarmente prestigioso. Nemmeno ci è andato vicino. Allora ci domandiamo: cosa avrebbe spinto uno dei presidenti più lungimiranti del nostro claudicante campionato di serie A (e uomo di spettacolo) a intraprendere l’ambiguità della bruttezza calcistica, per restare competitivo contro i grandi club del nord? Difficile da capire. Se scaviamo nel brusìo delle notizie, emerge che la preferenza del presidentissimo sarebbe stata per Vincenzo Italiano, ma il fidato direttore sportivo, molto amico dell’allenatore toscano dai tempi in bianconero, Giovanni Manna, avrebbe spinto per la soluzione del mister più esperto. Roba di dettagli, tempi di attesa e discussioni sui contratti. Alla fine, al fotofinish, l’ha spuntata la via della conservazione, delle pseudo certezze (vedi i risultati in casa Milan), della continuità della gestione Conte, il più simile come pensiero del gioco e status in Italia. Soluzione che da subito ha diviso la piazza come fossero le elezioni politiche: i conservatori da una parte, contenti dell’uomo esperto al comando, i progressisti dall’altra, desiderosi di liberarsi del tormentato e fondamentalista pragmatismo di Conte, verso un futuro più vicino al Dna di una città che ama meravigliarsi di tutto ciò che è estetico e magnifico. Italiano sarebbe stato un nome buono per parte dei tifosi, ma si poteva osare anche di più. Perché da queste parti ci è passato un certo Diego Armando Maradona che ha insegnato al popolo come si battono i potenti con la bellezza, con il genio, con il tocco magico di un campione e un calcio che sappia coinvolgere la gente che riempie lo stadio.
Il contrario del Re del Corto Muso Massimiliano Allegri, esteta del male come Baudelaire. L’allenatore del calcio semplice, dell’1-0 e poi tutti chiusi in difesa per non prendere gol. Ricetta che fuori dai confini italiani è stata bannata come medioevo, come tattica perdente. Ma qui, nel paese dove in televisione vanno ancora in onda la venticinquesima (o giù di lì) edizione del Grande Fratello, i programmi di Maria De Filippi e i dibattiti politici con Gasparri contro Vladimir Luxuria, sembra ancora l’unica via per vincere. Assurdo che accada nella città di Eduardo De Filippo, Totò e Troisi. Sembra già un pacco prima di iniziare.