Cos’è successo veramente a Torino? La prima risposta, a caldo: una bottiglia lanciata da un ultras ha colpito alla nuca un altro tifoso, Marco Basoccu, trentaseienne legato al gruppo Viking 1986 bianconeri, finito in codice rosso all’ospedale Mauriziano e in seguito alle Molinetti, dove attualmente si trova in terapia intensiva. “Fuoco amico”, dicono. L’indagine è stata affidata al pm Paolo Scafi e solo alla fine capiremo come sono andate le cose e le responsabilità. Da alcune immagini che stanno circolando mostrano un agente spara un lacrimogeno ad altezza rivedibile. Nessuno sta dicendo che sia quello il momento in cui Basoccu è stato colpito, ma quella resta una condotta pericolosa. Qualcuno che conosce la dinamica dei fatti di Torino dice: “Perché hanno fatto sfilare i due cortei in maniera così ravvicinata, con così poco tempo di distanza l’uno dall’altro? Credo che sia una gestione pessima di queste situazioni”. Anche perché di fatto “gli ultras non sono arrivati allo scontro”, ma i tafferugli sono stati “tra ultras e polizia”. “Chi era presente ha visto, e le immagini lo confermano, che alcuni agenti hanno sparato i fumogeni ad altezza uomo”. Ci sarebbe poi un’altra questione: “Il ragazzo è stato colpito alla schiena, cadendo in avanti. Lui già si stava dirigendo verso l’entrata dello stadio, allontanandosi quindi dal cuore degli scontri. Il sangue che è fuoriuscito dalla ferita non è compatibile con una bottiglia”. Quella comunque “è una zona piena di telecamere, le indagini non dovrebbero durare a lungo. Basta acquisire le immagini per riconoscere il responsabile”. Questo è stato un anno di scontri tra ultras in cui alcuni episodi sono esplosi in scontri aperti, come la guerriglia sull’A1 tra tifosi di Roma e Fiorentina che poi ha portato a daspo e limitazioni per le tifoserie. “Sono episodi prevedibili, la mancanza di preparazione è evidente”. Il sistema delle limitazioni a chiunque della punizione collettiva concretizzata nel blocco alle trasferte “è un modus operandi che conviene a tutti. Trovare l’ultras, il cattivo di turno, dà l’opportunità di identificare un nemico da punire”.
“È falsa anche la ricostruzione secondo cui i tifosi del Torino sarebbero usciti dallo stadio per andare di nuovo a scontrarsi: lasciare la curva vuota ritirando gli striscioni era un gesto di solidarietà nei confronti del tifoso ferito”. Una solidarietà ampiamente diffusa in tutto il mondo ultrà italiano. Sono tanti gli striscioni esposti che lanciano un messaggio comune: sappiamo come sono andate le cose. I fatti, al di là degli striscioni, andranno chiariti in sede di indagine. Serve ancora tempo. “Non la metterei nemmeno sulla lotta contro il poliziotto nemico: è vero che in alcuni striscioni c’è la firma ‘Acab’”, come nel caso degli ultras della Lazio, “dunque il senso del messaggio diventa evidente; ma è più un’insofferenza generale nei confronti di una cultura del silenzio, dell’omertà, della repressione in nome della sicurezza”.
E la curva della Juventus com’è messa? “Sicuramente c’è un prima e un dopo l’inchiesta ‘Last Banner’, tanti dei grandi vecchi della tifoseria organizzata non ci sono più. E quelli che sono rimasti sono circondati da personaggi rivedibili, attenti più alla costruzione di un immaginario da influencer che al senso del tifo”. Quella bianconera sarebbe una curva “molto frammentata, resistono i gruppi storici come Viking, Drughi, Tradizione, Nab, ma poi tutto intorno si sono costruiti dei sottogruppi” troppo distanti l’uno dall’altro. Sono giovani, questo è certo, lo si vede anche dalle immagini della contestazione interna allo Stadio Grande Torino: “In transenna a bordo campo c’erano diversi ragazzi. Era come se non ci fosse un'unica voce, un unico referente a cui la società potesse rivolgersi. Aggiungo che con questi nuovi daspo che ci saranno diventerà ancora più difficile trovare una stabilità”. A dialogare con la curva è stato soprattutto Manuel Locatelli, il capitano, dopo che anche Damien Comolli era sceso sul terreno di gioco: “Com'è possibile che un calciatore abbia condotto le trattative per rimettere le cose a posto?”. Locatelli ha fatto ciò che andava fatto, ma non è quello il suo ruolo: “Quello è compito dello slo (Davide Boggia nel caso dei bianconeri, ndr), non del capitano della squadra. Da quel punto di vista non si è fatto abbastanza a mio avviso”. Il derby della mole all’ultima giornata doveva essere la chiusura in gloria di una stagione. Invece è finito nel peggiore dei modi: coreografia annullata, undici daspo, otto arresti, sei agenti feriti. Tutto sbagliato.