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26 maggio 2026

Caso Pamela Genini, l'antropologa forense che ha intervistato Francesco Dolci ci racconta tutto: il rosmarino, i terreni e qualche “curiosità scientifica”

  • di Michele Larosa Michele Larosa

26 maggio 2026

L'antropologa forense Elena Varotto è riuscita ad intervistare Francesco Dolci, facendo quello che pochi in televisione hanno fatto: domande tecniche, precise, nel merito. Dal rosmarino sulla tomba di Pamela Genini ai cani molecolari, dal kukri alle difficoltà dei terreni: ci ha raccontato cosa è emerso

Foto di: Ansa

Caso Pamela Genini, l'antropologa forense che ha intervistato Francesco Dolci ci racconta tutto: il rosmarino, i terreni e qualche “curiosità scientifica”

Francesco Dolci è il protagonista assoluto del caso Pamela Genini. Volontariamente prima, quando faceva la spola fra una rete e l'altra, suo malgrado adesso, visto che è indagato per vilipendio di cadavere. Secondo gli inquirenti potrebbe essere stato lui ad asportare dal cadavere la testa della sua ex fidanzata, per poi nasconderla o distruggerla. Le ricerche si stanno quindi concentrando sulla sua vasta proprietà: ettari di terreno tra rocce e grotte, un territorio complesso e difficile da scandagliare. È anche un personaggio onnipresente nei palinsesti televisivi, ospite fisso di trasmissioni che lo mettono al centro della scena. Raramente, però, si trova di fronte a domande tecniche, precise, nel merito dei fatti. È quello che ha fatto Elena Varotto, antropologa forense, durante il programma "Incidente Probatorio" su Cusano TV: domande mirate, scientifiche, senza spazio per la narrazione emotiva. Ce ne ha parlato, raccontandoci cosa è emerso da quel confronto diretto:

elena varotto
L'antropologa forense Elena Varotto

Lei è riuscita a parlare direttamente con Francesco Dolci durante il programma "Incidente probatorio", innanzitutto di cosa si è parlato?

Sì, ed è stata una conversazione, dal mio punto di vista, molto interessante. Nel corso dell’intera puntata il confronto si è sviluppato su più livelli, con un focus prevalente sugli aspetti investigativi legati alla profanazione della tomba della povera Pamela e sul rapporto fra Pamela e Dolci. Oltre al dialogo diretto con quest’ultimo, sono intervenuti anche altri ospiti, che hanno contribuito ad allargare il quadro della discussione introducendo ulteriori elementi di lettura della vicenda e differenti prospettive interpretative, soprattutto legate alla sfera psicologica e sociale del caso. Il dibattito si è quindi articolato tra il ruolo dei cani molecolari nelle attività di ricerca, le difficoltà operative legate alle ricerche in contesti complessi come i terreni del Dolci, caratterizzati da grotte e ambienti sotterranei. Si è parlato anche di alcuni elementi che potrebbero avere una valenza simbolica ma anche funzionale e pratica nel presunto periodo della profanazione. Il mio intervento è stato costantemente orientato a riportare la discussione su un piano tecnico-scientifico, cercando di scremare tra il fiume narrativo costellato di eventi ed emozioni che caratterizza la dialettica del Dolci e i fatti che potrebbero avere un reale valore informativo.

Cosa ha trovato più significativo nel confronto diretto con Dolci?

L’aspetto più significativo è stato la possibilità di condurre un confronto diretto su elementi estremamente specifici, evitando generalizzazioni. Le domande avevano un valore metodologico, erano mirate a verificare la coerenza delle ricostruzioni su punti concreti della vicenda, come la configurazione della sua proprietà e dei terreni e le modalità delle ricerche effettuate in questi giorni dagli inquirenti, e ad osservare la tenuta delle risposte rispetto a quesiti molto puntuali e circoscritti. Cercavo, in buona sostanza, di unire dei tasselli.

In questo contesto, è stato rilevante anche il fatto che la conduttrice, Beatrice Maria Merolla, abbia introdotto esplicitamente il tema della presenza del rosmarino, pianta ad un certo punto comparsa quasi inspiegabilmente sulla tomba di Pamela. Rispetto a questo elemento, il mio approccio è stato quello di leggerlo sia nella sua possibile valenza simbolica, legata alla tradizione funeraria secolare di memoria e protezione del defunto, sia nella sua eventuale dimensione più pratica, connessa all’uso di piante aromatiche in contesti di sepoltura al fine di mascherare eventuali odori connessi alla decomposizione, entrambe pratiche presenti sin dall’antichità e note in letteratura scientifica. In coerenza con questo quadro, ho posto al signor Dolci una domanda molto precisa: se ricordasse quando il rosmarino avesse iniziato a comparire sulla tomba e in quale quantità, proprio per cercare di ancorare un elemento, altrimenti solo narrativo, a dati osservabili e cronologici. Dolci ricorda la compara di mazzi di rosmarino di circa 20 cm durante il mese di febbraio (la profanazione sarà scoperta solo a marzo).

Si sta parlando di cani molecolari, e anche lei ha rivolto questa domanda a Dolci, ma quanto sono efficaci i soli cani molecolari nella ricerca di resti umani?

Esattamente: dalla risposta del Dolci sembra emergere che le ricerche siano orientate soprattutto verso attività di superficie e di esplorazione mirata, più che verso scavi estensivi, poiché l’area sarebbe caratterizzata da grotte, anfratti e scarso strato di terreno con rapido affioramento del piano roccioso. In questo contesto vengono impiegati cani molecolari HRD (Human Remains Detection) e speleologi specializzati. I cani HRD rilevano i composti organici volatili prodotti dalla decomposizione umana e rappresentano uno strumento investigativo molto importante. In ambito forense il loro impiego deve essere integrato con altre metodologie, come ad esempio utilizzo del georadar, analisi del suolo, ricostruzione stratigrafica, impiego di personale altamente specializzato come geologi, archeologi, antropologi, speleologi, reparti speciali delle forze armate. Dal punto di vista operativo, i cani lavorano a sessioni brevi e intermittenti (circa 15–30 minuti), alternate a pause necessarie per il recupero fisico e olfattivo. Nell’arco della giornata il lavoro effettivo è limitato a poche ore distribuite nel tempo. In combinazione con le altre risorse tecniche rappresentano, però, uno degli strumenti più efficaci per restringere le aree di ricerca e orientare eventuali scavi o ritrovamenti.

La proprietà di Dolci, con grotte e sotterranei, rappresenta un contesto particolarmente difficile per questo tipo di ricerca?

Potenzialmente sì. La presenza di cavità, grotte e ambienti sotterranei ed umidi introduce variabili significative nella propagazione degli odori e nella loro persistenza. Questo tipo di contesto può compromettere la linearità della dispersione olfattiva, rendendo più complessa sia l’attività del cane sia l’interpretazione delle eventuali segnalazioni. Inoltre, dal punto di vista operativo, si tratta di scenari impegnativi da gestire, anche solo per l’ampia estensione del territorio oggetto delle ricerche, che richiedono particolare cautela degli operatori anche nelle fasi di indagine e scavo.

Che ne pensa del ritrovamento del coltello “kukri”? Può essere compatibile con l’asportazione di una testa? Quanto è possibile stabilirlo?

Il kukri presenta caratteristiche morfologiche e biomeccaniche che lo differenziano da un comune coltello. La particolare conformazione della lama, ricurva e con il baricentro spostato anteriormente, favorisce infatti una trasmissione di energia tipica delle cosiddette chopping weapons, strumenti in grado di associare l’azione da taglio a una significativa componente d’impatto. In astratto, può essere compatibile con dinamiche lesive estremamente gravi, comprese amputazioni o smembramenti di segmenti anatomici, soprattutto se impiegato con elevata forza e su distretti anatomici vulnerabili. Tuttavia, la possibilità di stabilire un nesso specifico con un evento di decapitazione post mortem come questo dipende dall’analisi osteologica della vittima, dalla presenza di segni compatibili con l’arma in questione sui tessuti e dall’analisi chimica e molecolare dell’arma stessa. In assenza di tali elementi di confronto, qualsiasi ipotesi resta necessariamente tale.

Quanto è difficile per un esperto mantenere il distacco scientifico in un caso che ha così tanto clamore mediatico?

Per alcuni può rappresentare una delle criticità principali. Nei casi ad alta esposizione mediatica esiste sempre il rischio che la narrazione pubblica influenzi la percezione dei dati tecnici. Il ruolo dell’esperto, in questi contesti, è mantenere il focus sul metodo scientifico, evitando qualsiasi elemento narrativo di contorno, mantenendo un atteggiamento distaccato e razionale, basato sulla verificabilità e riproducibilità delle evidenze e sull’analisi della letteratura scientifica disponibile: ciò consente la distinzione netta tra suggestioni basate sull’istinto, ipotesi investigative e dati scientificamente accertati.

Che idea si è fatta del personaggio Dolci? Che idea aveva prima di parlarci direttamente? Questa idea è cambiata parlandoci?

Nel mio approccio non mi sono costruita un’immagine personale di Dolci basata sul racconto mediatico del caso, ho volutamente mantenuto un’impostazione asettica, analitica e rigorosa, poiché il mio compito non è quello di farmi idee su qualcuno, ma di analizzare i dati oggettivi disponibili. Durante il confronto diretto, la dinamica è stata caratterizzata da un flusso comunicativo da parte del signor Dolci molto ricco, con narrazioni articolate, ricordi ed elementi emotivi intrecciati alla sua ricostruzione dei fatti. In questo contesto, il mio intento è stato quello di mantenere il focus, riportando la conversazione, nel momento in cui argomentava molto, su punti circoscritti attraverso domande precise, mosse da una mia “curiosità scientifica”. Più che modificare una mia personale percezione, che comunque non avrebbe nessun peso in un lavoro di analisi scientifica, questo confronto ha rafforzato l’importanza di mantenere separati il piano narrativo soggettivo e quello dei dati tecnici verificabili. Avrei voluto fargli altre domande ma non c’è stato il tempo.

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