Parlano tutti della vicenda Lavitola-Ranucci. Si sono espressi praticamente tutti i partiti, soprattutto dopo le confessioni dell’ex direttore dell’Avanti!. Tutti, tranne uno. E forse non è un caso. L’unico partito che, sulla vicenda, sta mantenendo un profilo sorprendentemente basso è proprio il Partito Democratico, principale forza dell’opposizione. Perché tanta prudenza? Per garantismo? Per opportunità politica? O perché, dentro il Pd, qualcuno ha già intuito che questa storia potrebbe avere conseguenze molto più ampie di quelle che oggi appaiono? È una domanda. Ma è una domanda che merita di essere posta. Perché, dopo la crescente esposizione di Giuseppe Conte sul fronte della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid-19, anche la vicenda che coinvolge Sigfrido Ranucci potrebbe, paradossalmente, trasformarsi in un altro tassello di una partita politica assai più grande. E qui il ragionamento diventa inevitabile. Se l’obiettivo politico fosse quello di costruire, sempre più nitidamente, Giuseppe Conte come candidato ideale da contrapporre a Giorgia Meloni alle prossime elezioni, allora tanto la gestione dell’emergenza sanitaria quanto questa nuova e inquietante vicenda potrebbero finire per indebolirne progressivamente la posizione. Non rafforzarlo come avversario.
Indebolirlo. Perché da oggi Ranucci non potrà più coltivare ambizioni politiche, qualora ne avesse nutrite. Perché nessun altro personaggio è associabile politicamente a Ranucci come Giuseppe Conte. Colui che, per primo, organizzò in Piazza dei Santi Apostoli, a Roma, il palco di solidarietà al conduttore di Report, subito dopo l’attentato. È stato l’ultimo coup de théâtre di Lavitola, questo dell’attentato? O l’abile mossa di uomini interni a certi apparati vicini alla premier? Chi intercettava Ranucci-Lavitola? E da quanto tempo? Tutto orchestrato per rendere, paradossalmente, ma non troppo, Giuseppe Conte l’avversario più conveniente? Perché una sfida Meloni-Conte avrebbe un enorme vantaggio: sposterebbe il confronto dal terreno dei programmi a quello delle identità. Dal merito delle scelte alla contrapposizione politica. Dalla complessità dei problemi alla semplicità della propaganda. È il terreno sul quale la presidente del Consiglio, da sempre, appare più a suo agio. E decisamente più forte. Ma c’è un’altra domanda. Forse la più importante. Chi rischia davvero di pagare il prezzo politico di questa vicenda?
Perché, se qualcuno, all’interno del Partito Democratico, avesse già compreso che il vero effetto collaterale di questa storia non sarà colpire soltanto questo o quell’altro protagonista, ma ridisegnare gli equilibri dell’opposizione, allora la prudenza del Nazareno assumerebbe un significato completamente diverso. E la vera vittima politica potrebbe non essere quella che oggi tutti indicano. Potrebbe essere proprio Elly Schlein. Forse è per questo che, mentre tutti parlano, il Partito Democratico tace. E in politica, qualche volta, il silenzio dice molto più delle parole.