Quello che fino a pochi mesi fa veniva liquidato come una suggestione geopolitica oggi ha assunto una forma molto più concreta. Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno firmato alla Mecca un accordo di difesa congiunto che introduce una clausola di difesa collettiva sorprendentemente simile all’articolo 5 della Nato: un attacco armato contro uno dei tre firmatari verrebbe considerato un attacco contro tutti. I dettagli restano in gran parte opachi e nessuno dei governi coinvolti ha chiarito quali obblighi militari scatterebbero automaticamente in caso di crisi, ma il salto politico è evidente. L’intesa arriva dopo mesi di negoziati e si inserisce in un Medio Oriente sconvolto dall’escalation tra Iran, Israele e gli Stati Uniti, con attacchi missilistici, minacce alle rotte energetiche e una crescente sensazione di instabilità regionale. Ankara insiste sul fatto che il patto sia puramente difensivo e non diretto contro alcun Paese specifico; Riad nega che si tratti della nascita di un blocco settario o di un progetto nucleare comune. Eppure il simbolismo dell’operazione è potentissimo: tre tra gli Stati più influenti del mondo sunnita decidono di istituzionalizzare la cooperazione strategica proprio mentre molti osservatori mettono in discussione l’affidabilità dell’ombrello di sicurezza americano. Non è ancora una nuova Nato, ma è certamente qualcosa di più di un semplice memorandum di collaborazione.
Il motivo per cui l’espressione “Nato islamica” continua a circolare è che ciascuno dei tre Paesi porta al tavolo un asset strategico diverso e complementare. L’Arabia Saudita offre risorse finanziarie immense, capacità di investimento, peso energetico globale e il controllo dei luoghi più sacri dell’Islam, Mecca e Medina. Il Pakistan aggiunge un elemento che nessun altro Stato musulmano possiede: l’arsenale nucleare. Islamabad ha ripetuto che le armi atomiche “non sono sul radar” dell’accordo e non esiste alcuna indicazione di un’estensione della deterrenza nucleare ai partner, ma la sola presenza del Pakistan conferisce al triangolo un valore strategico superiore a quello di una normale alleanza regionale. La Turchia, infine, mette in campo il secondo esercito della Nato, una potente industria della difesa, droni da combattimento esportati in tutto il mondo, capacità navali e una crescente esperienza operativa. Nelle ultime ore il ministero della Difesa turco ha spiegato che l’intesa prevede meccanismi permanenti di coordinamento tra ministri della Difesa e degli Esteri, capi di stato maggiore, esercitazioni congiunte terrestri, navali e aeree e una cooperazione più profonda nello sviluppo e nella produzione di sistemi d’arma, con priorità ai droni, alla guerra elettronica e alle tecnologie legate all’intelligenza artificiale. In altre parole, il patto sta già assumendo una dimensione istituzionale e industriale, non soltanto politica.
Che cosa significa tutto questo per gli equilibri regionali e globali? Prima di tutto, che Arabia Saudita, Pakistan e Turchia stanno cercando di costruire una piattaforma di sicurezza autonoma, capace di gestire crisi mediorientali senza dipendere completamente da Washington. Per Riad è una risposta ai dubbi maturati negli ultimi anni sulla protezione americana; per Ankara è un modo per rafforzare il proprio ruolo di potenza regionale senza uscire dalla Nato; per Islamabad è l’occasione di consolidare i legami con due partner economicamente e strategicamente cruciali. L’accordo potrebbe avere conseguenze in scenari che vanno dal Mar Rosso al Golfo Persico, dal Sudan alla sicurezza delle rotte energetiche. Non implica automaticamente una guerra comune contro l’Iran, e diversi analisti ritengono che l’obiettivo sia soprattutto aumentare la deterrenza e il peso negoziale dei tre Paesi, non aprire un nuovo fronte militare. Tuttavia, il messaggio a Teheran e a Tel Aviv è chiaro: il mondo sunnita non vuole più apparire frammentato. C’è poi un elemento di contesto che spiega l’attenzione internazionale. Mentre in Occidente si discute del futuro della Nato e delle tensioni tra Europa e Stati Uniti, nel Medio Oriente prende forma un’architettura di sicurezza più regionale, più flessibile e potenzialmente aperta ad altri attori, con l’Egitto già indicato da Ankara come possibile candidato futuro.