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Vincenzo Lanni che accoltella una manager a piazza Gae Aulenti è la stessa trama di Bugonia. La distopia è il nuovo realismo

  • di Ottavio Cappellani Ottavio Cappellani

5 novembre 2025

Vincenzo Lanni che accoltella una manager a piazza Gae Aulenti è la stessa trama di Bugonia. La distopia è il nuovo realismo
Un uomo accoltella una manager “per colpire il potere economico”: sembra la trama di Bugonia, dove due complottisti sequestrano una CEO convinti che sia un’aliena. Ma è accaduto davvero, a Milano. In un mondo che confonde realtà e fiction, la distopia non è più un genere ma una diagnosi collettiva. Lanthimos racconta ciò che la cronaca, brutalmente, replica

di Ottavio Cappellani Ottavio Cappellani

Un uomo, Vincenzo Lanni, accoltella una manager di Finlombarda, Anna Laura Valsecchi, a Milano, in piazza Gae Aulenti, e dice di averlo fatto per colpire il “potere economico”. Nel film Bugonia di Lanthimos, due complottisti rapiscono una CEO — Emma Stone, con lo sguardo di chi ha già capito tutto — convinti che sia un’aliena intenzionata a distruggere la Terra. La rinchiudono, la interrogano, le infliggono la violenza della loro fede paranoica. Non lo fanno per soldi o per rancore: lo fanno “per il bene del pianeta”. Esattamente come l’uomo che ha accoltellato “il potere”, scegliendo a caso una donna che camminava in una piazza simbolica. Il confine tra Bugonia e la cronaca sfuma in questi tempi distopici.
Viviamo in un tempo in cui la distopia è diventata la forma più onesta di realismo. Se il verismo e il neorealismo sono state correnti letterarie e cinematografiche delle quali, giustamente, noi italiani andiamo fieri, adesso il “canone” per raccontare il mondo diventa la fantascienza, la pre-apocalisse, la distopia. Non è più il “cinema” a copiare la realtà, ma la realtà a copiare un “genere”. La celebre “imitatio” ha cambiato verso.
Il realismo presupponeva ancora un ordine del mondo, un legame fra causa ed effetto. Ma oggi il mondo è un caos di contraddizioni, di notizie-meme, di teorie senza verifica. L’uomo che “colpisce il potere” non è un mostro: è il prodotto coerente di un’epoca che ha sostituito la conoscenza con la sensazione di sapere. Sì, Vincenzo Lanni era “disturbato”, ma il suo “profilo” sembra molto simile a tanti influencer che si muovono nelle “badlands” della frustrazione e del complottismo.

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Una scena del film Bugonia

Lanthimos non è più un regista visionario, ma un cronista anticipato. Non l’unico, ci mancherebbe. Ogni distopia è una grande metafora, e le due realtà — quella della finzione, della fiction, e quella della realtà (mai così surreale) — stanno arrivando a coincidere, come quelle piantine in translucido che, nei film di genere, restituiscono la piantina del reale sommerso.
Basta aprire un social per trovare teorie secondo cui l’acqua è controllata dalle multinazionali, i vaccini dagli alieni e il traffico da un algoritmo di Davos.
Il complotto non è più un margine della realtà: è il suo linguaggio ufficiale.
Quando un uomo qualunque si sente investito della missione di “colpire il potere”, la distopia si è già realizzata.
Non è più un genere. Ma quanti “credibilissimi” uomini “del destino” abbiamo visto in questi ultimi decenni? Quanti “profeti” mainstream hanno declamato i loro sermoni dalle televisioni generaliste? Perché l’uomo comune, l’uomo della strada, dovrebbe essere "in sé" e non "fuori di testa" come i potenti della Terra?
Premetto: credo poco alle teorie sociali dei disturbi mentali, e mi convince (e mi conforta, in maniera contorta, lo so) sapere che il delirio dipende dalla chimica dei processi mentali. Detto questo: le forme del delirio che appaiono in superficie, volenti o nolenti, sono sempre “letterarie”, sono sempre “fiction”. Voglio dire: viviamo in un mondo in cui stampare la moneta è un atto svincolato dalle riserve auree; la quantità di moneta circolante è pura fantasia. Come possiamo essere certi che questa “fantasia” economica sia, per dirla con Spinoza, “adeguata” e non un altrettanto delirio? Fosse “adeguata”, il mondo andrebbe un po’ meglio. O mi sbaglio?
Non giustifico nessuno, e l’assassino è un assassino, e come tale va giudicato, infermità, seminfermità o tutto quello che volete. Sto solo dicendo che, oramai, le categorie con le quali “leggere” la realtà sono quelle dell’horror e della fantascienza, dei “mostri” e delle realtà “immaginarie” (immaginarie come la cartamoneta che tenete in mano, ça va sans dire). Lanthimos lo mostra con l’eleganza della metafora; la cronaca italiana lo replica con la brutalità di un coltello. Ma il gesto, l’idea, la frase — “ho colpito il potere economico” — appartengono alla stessa grammatica delirante: quella in cui il “simbolo” sostituisce il reale, e non esiste altro “reale” se non quello simbolico. Che è più o meno la descrizione del delirio schizofrenico paranoide o, per dirla in altra maniera, il mondo in cui viviamo.

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  • Cinema
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