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18 marzo 2026

“L’umana sete di prefazioni” di Umberto Eco è una carta dei vini pregiatissima e divertente. Da Woody Allen a Benigni il “profeta” a quel senza Dio di Saramago, a dieci anni dalla morte La Nave di Teseo apre le porte sul bazar del professore

  • di Riccardo Canaletti Riccardo Canaletti

18 marzo 2026

“L’umana sete di prefazioni” o anche - come si usava fare nei titoli di certi libri settecenteschi - “Del buon scrivere sugli altri”. Umberto Eco è morto dieci anni fa e per la prima volta La Nave di Teseo pubblica in un unico volume i suoi “testi liminari” scritti nell’arco di sessant’anni. Non sono solo una prova, come se ce ne fosse ancora bisogno, della sua sterminata erudizione, ma una testimonianza di autentico divertimento, il sentimento necessario per scrivere di ciò che si ama
“L’umana sete di prefazioni” di Umberto Eco è una carta dei vini pregiatissima e divertente. Da Woody Allen a Benigni il “profeta” a quel senza Dio di Saramago, a dieci anni dalla morte La Nave di Teseo apre le porte sul bazar del professore

Pare che Umberto Eco facesse invidia a Oscar Wilde e Fabrizio De André, di cui si racconta che fossero velocissimi a leggere libri. Tutti conoscono la frase del semiologo in cui si sostiene che la biblioteca serva per sapere dove cercare i libri che non hai ancora letto, ma con l’avanzare del tempo qualcosa si dovrà pure studiare. Nella quarta di copertina della raccolta dei suoi “testi liminari” scritti tra il 1956 e il 2015, pubblicati ora da La Nave di Teseo con un bel titolo, L’umana sete di prefazioni, si legge: “Sono sempre stato contrario alle prefazioni perché le ritengo offensive per il prefato; il quale, se ha frecce al proprio arco, non ha bisogno che altri tenda l’arma per lui”. Immagino Eco scrivere queste poche righe mentre, come il Grinch o Jack Skeletron, entra nelle case degli scrittori e ruba loro archi e frecce. La raccolta vastissima dei testi introduttivi, delle prefazioni e delle postfazioni scritte da Umberto Eco è con tutta evidenza non solo una dimostrazione di affetto verso autori grandi quanto lui o persino più grandi, ma anche una dimostrazione di talento, un virtuosismo da professore. Il libro distingue tra le prefazioni per libri di narrativa, testi di filosofia, di attualità o sui fumetti. In realtà è più un catalogo di una mostra allestita in un bazar postmodernista in cui suona bene commentare gli scritti brevi di Saramago, Nobel per la letteratura, così apprezzato universalmente da essere ammirato persino da quel “tignosissimo” di Harold Bloom (aggettivo perfettamente calzante), e di Benigni, il cui successo con la lettura di Dante viene accostato a quello dei profeti. 

“L’umana sete di prefazioni” di Umberto Eco (La Nave di Teseo, 2026)
“L’umana sete di prefazioni” di Umberto Eco (La Nave di Teseo, 2026)

È anche un libro formidabile di giornalismo culturale, non solo per l’erudizione che vi è contenuta, ma per la leggerezza con cui viene snocciolata, a mo’ di ironico rosario letterario. Kurt Vonnegut, Woody Allen, David Lodge, Carlo Collodi, Nanni Balestrini, Roland Barthes. È un generalismo oggi fuori moda, che non si oppone allo specialismo (di tante cose, per esempio, la massmediologia e la semiologia, era pure uno specialista), il nuovo dogma della divulgazione (oggi segui il filosofo che ti parla di filosofia, l’avvocato che ti parla di diritto, ma un avvocato che ti parli di filosofia - del diritto magari - o un filosofo che parli di legge - e della differenza con la morale), ma lo supera, lo attraversa. Lo transustanzia. Umberto Eco si godeva la vita tra metafora (“l’imperialismo semiotico” del discorso storico) e costume, in senso letterale (la barba della contestazione e i pantaloni giusti per ogni occasione). E permette ai lettori di godersela con lui, molto più in questi scritti e altri saggi che in molti romanzi successivi a Il nome della rosa (la bellezza del grandissimo Pendolo di Foucault è esoterica, la grandezza delle bellissime Bustine di Minerva è essoterica). A dieci anni dalla morte cosa resta di Umberto Eco? La Nave di Teseo suggerisce una possibile risposta: il falso dilettantismo, che fa il paio con la doppia ironia di Parini (con cui si poteva criticare impunemente il principe) e la cultura mostruosa degli enciclopedisti, e un gusto egualmente distribuito per la parola e il mondo, sia quando era la parola a sovrastare il mondo, sia quando, nella fase da “nuovo realista”, scelse di studiare il dialetto delle cose. 

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  • Umberto Eco
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