Pare Napoleone abbia detto: “Guai al generale che si presenta in battaglia con un piano!” Eppure è quello che Giorgia ha fatto. Come si dice: ha apparecchiato la tavola. Aveva pochi obiettivi reali per questo mandato: saldare il consenso, testare la coalizione, farsi notare all’estero. È un progetto simbolico portato a termine, puntellato da inefficaci ma appariscenti Decreti sicurezza e da due riforme: quella della giustizia e quella che riguarda la legge elettorale, su cui la destra ha trovato un accordo proprio i giorni scorsi. Prima la riforma della giustizia, poi la nuova legge elettorale, poi il 2027, una rielezione facile facile (probabilmente già assicurata dal suo successo e dall’insuccesso della sinistra).
C’è un ma. La paventata rimonta del No nei sondaggi. È un problema? Sì, perché la sinistra si è ricordata come si fa populismo, abdicando definitivamente al modello riformista teorizzato dai padri del Pd, Michele Salvati su tutti (che infatti voterà Sì), e tradendo la propria vocazione culturale. E ancora di più perché da questo voto potrebbe dipendere la stabilità del governo e il consenso a lungo termine di questa maggioranza. Negli ambienti capitolini si parla dell’importanza strategica di questa vittoria referendaria. Una conferma delle intenzioni di voto popolari, visto che ormai il quesito è passato in secondo piano rispetto alla battaglia politica tra fazioni.
Come abbiamo detto, il successo dei prossimi step dipende da questo. È una scala a pioli e ogni passo è fondamentale per mantenersi in equilibrio. Indipendentemente dal merito della riforma, la vittoria del Sì sarà primariamente un successo meloniano e un’indicazione politica importante. Ancora di più se si pensa che in questo momento la sinistra, come scritto, pare aver trovato un modo per essere competitiva. Significa frenare la rimonta e potersi permettere di calcare la mano da qui a un anno.
Per questo Giorgia Meloni va ospite a Pulp Podcast. Il canale di Fedez non è solo rilevante mediaticamente, ma è prima di tutto l’occasione per concentrare le energie su un pubblico diverso da quello che la vota. A Giorgia Meloni mancano da sempre i voti degli under 45 e ha fatto fatica, in questi anni, a costruire un canale di comunicazione con le nuove generazioni. Il dibattito pubblico e politico che coinvolge i trentenni italiani passa dallo slow journalism e dall’ascolto. Insomma, podcast e Il Post.
Ora: i giornali della destra non sono campioni dell’informazione lenta o dell’approfondimento. E i podcast meloniani sono abbastanza tristi. Ma Fedez, da quando ha abbandonato il modello Muschio selvaggio, ha sviluppato insieme a Mr Marra quello che è a tutti gli effetti il nuovo salotto, il nuovo Porta a porta della tv del 2026, e cioè YouTube. Andare da lui significa restare puliti e allo stesso tempo mischiarsi con i più giovani. Il pubblico resta generalista e si interessa variamente di cronaca nera (Emanuela Orlandi) e guerre in Medio Oriente. A differenza di altri canali antiquati, Pulp, anche grazie ai due conduttori, rispetta il principio di carità, e cioè dà un minimo di credito a qualsiasi interlocutore.
Giorgia Meloni, allora, tenta la pesca grossa laddove non ha mai avuto successo, ma lo fa tenendosi al sicuro, nella campana di vetro di Pulp podcast. Giorgia Meloni ha capito quanto questo voto sia importante, ha intenzione di godere, durante la fase di par condicio, della visibilità che un canale come quello di Fedez e Mr Marra può garantire. E lo sfruttando tutto il suo talento di madre e premier incensurata, abile nel dibattito e per nulla fifona, pulita e borgatara. In mancanza di generali validi, con o senza strategia, sceglie lei di scendere in battaglia. Nella volata finale verso il 22 e 23 marzo.