Sind es zwei, die sich erlesen,
Daß man sie als eines kennt?Ist es ein lebendig Wesen,
Das sich in sich selbst getrennt?
È un essere vivente
che in sé stesso si è diviso?
Oppure sono due
che si sono scelti,
così che li si conosce come uno?
— Johann Wolfgang von Goethe, Gingo biloba (1815)
Alle volte capita che in sala faccia un gioco, ovvero decidere se un film mi piacerà dalla prima inquadratura. Lo so, è un gioco scemo, infantile e quasi offensivo per la settimana arte e per tutto il lavoro che c’è dietro ad un’opera di questo tipo. Ma non posso farci niente, è più forte di me. Anche durante la visione di A Silent Friend di Ildikó Enyedi ho fatto così. E ho deciso, sin da subito, che mi sarebbe piaciuto. Non sempre se la prima scena, inquadratura o anche frame mi piace, naturalmente, anche l’interezza del film sarà di mio gusto, ma questa è stata una di quelle. L’incredibile scena iniziale in cui, con un superzoom, si vede la crescita di una pianta di Ginkgo biloba, acuita dai suoni anch’essi “allargati”, proprio per sentire i rumori della vita che sboccia, mi ha davvero colpito. Mi ha emozionato anche a distanza di giorni, ripensando a A Silent Friend nella sua interezza, ovvero come di un film profondamente “vegetale”, che anche e soprattutto nel suo dispiegarsi dal punto di vista dei tempi di regia mi ha ricordato molto da vicino come potrebbero vedere al tempo e alla vita un albero secolare.
Questo film presenta una costruzione a scatole cinesi, in cui una vicenda principale e iniziale, ovvero un visiting professor che da Singapore giunge in Germania per una serie di conferenze universitarie sulle neuroscienze e che poi, a seguito dello scoppio del Covid, si trova bloccato, praticamente da solo, nell’ateneo cercando di mantenere una sanità mentale tramite degli esperimenti sull’immenso ginkgo biloba che domina il giardino botanico, si innesta “su” altre due, ovvero la prima donna ammessa in questa stessa università ai primi del Novecento e studiosa dei pattern ricorsivi del mondo delle piante e quindi un ragazzo introverso che ritrova se stesso tramite la cura di un geranio. Come avrete notato tutti e questi tre individui sono accumunanti almeno da due cose, la prima molto manifesta, la seconda meno. Quella più alla luce del sole, ovviamente, il loro legame con il mondo delle piante (ed anche specificatamente con il Ginkgo biloba, che in fondo fa da spettatore, per forza di cose, silente, di tutti e tre, essendo una pianta ultracentenaria). Quella meno è che le tre persone prese in esame sono persone sole. Il professore è solo perché si trova, contro la sua volontà, straniero in un posto non suo (ed anche fuori-scala rispetto al paio di persone che “occupano” l’ateneo), la ragazza è “sola” perché l’unica donna in una università di uomini (sarebbe anche da aggiungere l’unica donna e giovane in un mondo accademico tremendamente vecchio) ed infine il ragazzo degli anni Settanta è solo perché è chiuso in se stesso e ha difficoltà a comunicare (specialmente con le altre ragazza/ la ragazza di cui è innamorato).
Il film lavora su questo moto di disvelamento, anzi di schiusura delle tre persone agli altri e al mondo circostante. È come se questi tre individui, appartenenti giustappunto a tre tempolinea differenti, tramite le ramificazioni del Ginkgo biloba si ritrovassero in un certo senso connessi fra di loro, forse a causa di una qualche disposizione d’animo o forse perché talmente soli che possono trovare dei simili a loro soltanto attraversando i marosi del tempo. Ildikó Enyedi è molto attenta a lavorare su un discorso registico che ruota attorno alle scelte di fotografie. Se per le scene del professore la fotografia è fredda e metallica, a simboleggiare l’isolamento e la situazione eccezionale del Covid- 19, per la ragazza si sceglie un rigoroso bianco e nero, che poi esplode di luci (e di ombre) quando la studentessa si lascia andare alla ricerca del suo vero io, mentre per il ragazzo degli anni Settanta tutto è granuloso e pastoso, vivido e sanguigno, nonostante lo studente si ritrovi inequivocabilmente solo e reclinato su di sé.
A Silent Friend gioca sui tempi dilati e rilassati di una pianta secolare, che non è tanto il protagonista, quanto lo voce, silente appunto, narrante, l’occhio del narratore che indaga e segue le vicende dei nostri tre protagonisti. Un film fatto di pochi dialoghi, sempre molto scarni e asciutti e che lavora, come si diceva prima, su una impostazione dell’immagine molto rigorosa e attenta, che però non si abbandona mai a inquadrature o soluzioni tese a voler manifestare “la sua bravura registica”, quanto proprio ci accompagna nella vita, e nella routine, dei tre.
Di queste tre storie principali, va comunque detto, che la storyline del ragazzo anni ’70 è, senza ombra di dubbio, quella più debole, perché viene sacrificato in mezzo a due storie sicuramente più centrate. Il ragazzo insicuro e chiuso, nonostante uno spunto interessante, trovare la forza di aprirsi agli altri tranne l’accudimento di un fiore per un esperimento scientifico è una bellissima intuizione, a conti fatti rimane sempre sullo sfondo, una figura più evanescente rispetto al professore solitario che ragiona di mente adulta e coscienza dei bambini oppure anche della studentessa di scienze che attraverso la fotografia scopre i pattern segreti della natura. Ognuno dei tre, però, ha sempre un momento di epifania, ovvero una scena, una pioggia improvvisa, un’esposizione alla luce di una pianta oppure un dato che cambia in modo improvviso, che gli fanno scoprire qualcosa. Questo senso epifanico appunto è una bella trovata, forse un po’ meccanica, ma sicuramente di grande gusto.
Ecco, questo è A Silent Friend, un film di incredibile gusto e bravura registica (la macchina da presa c’è, sempre, ma non si vede, mai), con qualche inciampo per una meccanicità insita nella struttura e con una delle tre storie molto più debole delle altre. Ma rimane un gran bellissimo film, che ci fa mette dei panni di un albero secolare. Quel senso di vita predestinata, anzi riconosciuta dalle rifrazioni della luce attraverso i rami e le foglie.