Quando muore un artista come Gino Paoli, scomparso oggi a 91 anni, le opzioni sono due: o ti metti a piangere, oppure ti versi qualcosa da bere, accendi qualcosa da fumare e ti spari la sua discografia. Fine. Perché Gino Paoli è stato questo: piacere. Uno che la vita non l’ha attraversata in punta di piedi, ma l’ha presa a morsi, senza eleganza e senza chiedere permesso. Tutto il contrario dell’immaginario del cantautore italiano, soprattutto ligure, quello alla Luigi Tenco: introverso, malinconico, sempre un passo indietro. Paoli no. Paoli è sempre stato un passo avanti, e spesso pure fuori strada, nel senso migliore possibile.
Amava il rock prima di tanti altri, ma invece di suonarlo lo ballava. Sul serio. Da giovane era un campioncino di rock acrobatico e ancora oggi, scavando nelle Teche RAI, saltano fuori video assurdi: Gino Paoli che domina la pista come se fosse nato lì. E poi l’amore. Anche lì, nessuna misura. Ornella Vanoni la ama come si ama quando si è completamente fuori controllo, talmente fuori controllo da spararsi al cuore. Letteralmente. E anche lì, come spesso succede a chi vive così, la realtà decide di piegarsi: la pallottola si ferma a un centimetro dal cuore. Si salva e ovviamente non cambia di una virgola. Va avanti, ama Stefania Sandrelli, una delle donne più belle del cinema italiano, e lo fa allo stesso modo: senza freni, senza calcoli, senza protezioni. Prima che diventasse una posa, prima che diventasse marketing, Gino Paoli era già punk.
E poi la musica. Non solo le canzoni, che già basterebbero, ma proprio l’idea di cosa potesse essere una canzone italiana. “Sapore di mare” è l’estate prima ancora che qualcuno provasse a raccontarla. “La gatta” è una filastrocca che diventa poesia senza passare dall’intellettualismo. “Una lunga storia d’amore” è una di quelle cose che, quando partono, ti fanno abbassare la voce senza sapere perché. E intanto, per tutta la vita, jazz. Quello vero. Tour, musicisti enormi, un piede sempre fuori dal seminato. Come se la forma canzone gli stesse stretta, come se dovesse sempre allargare un po’ il perimetro. Capito il punto? Gino Paoli non è mai stato contenuto. Non nella vita, non nell’amore, non nella musica. E infatti il problema è tutto qui: anche da morto, Gino Paoli resta più figo di te. Di me. Di tutti. Belìn che Gino.