Alla faccia di chi diceva che Tiziano Ferro era rimasto senza fiato. È il pubblico dell’Allianz Stadium ad essere rimasto in apnea. E a dire il vero anche i taxi di Torino. Lo stadio della Juventus era talmente pieno che “neanche per le partite di Champions League”, parola del tassista che mi ha letteralmente raccattata per strada. Ma su questo torneremo dopo.
Che ci vuoi fare? Tzn è di tutti. E te ne rendi conto quando tra gli spalti ci sono ventenni e ultra sessantenni. Tutti con lo stesso entusiasmo. E non importa quante volte quelle persone hanno già visto un live di Tiziano. La voglia di sgolarsi su Sere nere è la stessa della prima volta.
Per l’Allianz di Torino era il primo concerto. E anche per me era il primo di Tiziano Ferro. Direttamente dalla postazione che di solito occupano i cronisti. Con la differenza che io non ho commentato con la puntualità di Bruno Pizzul, ma ho pianto in maniera totalmente irrazionale. Capita.
Perché saranno le canzoni di Tiziano, la sua voce e l’energia che trasmettono i suoi sguardi quando si presta a dominare il palco. Sarà anche l’atmosfera dell’Allianz Stadium stracolmo, la maestosità di uno stadio che sembra proprio quello cantato da Tiziano Ferro. Ma di fronte a certi show dal vivo è impossibile non sentire quel tremolio sotto la pelle.
Al centro del palco una grande scalinata bianca. Il concerto inizia con delle immagini del cantante create con intelligenza artificiale: la sagoma di Tiziano che sale le scale. E più sale più la musica si fa tesa, fino a che al centro, tra i due grandi Ledwall, non appare proprio lui.
La telecamera lo riprende in primo piano: lo sguardo determinato e al tempo stesso commosso di chi torna a fare ciò che sa fare meglio, come non avesse mai smesso davvero.
Sono un grande è l’esordio perfetto. È l’omaggio che Tiziano deve a se stesso ed è un inno per tutti noi presenti, che serve a ricordarci che sì, ca*zo: siamo dei grandi. E faremmo bene ad accorgercene ogni tanto. La corposa band accompagna egregiamente l’ingresso trionfale.
Tiziano prevede ben 32 canzoni in scaletta. Quando l’ho letta ho pensato che come minimo avrebbe fatto due pause. E invece no: Tizianone non si ferma per niente. Lo show scorre liscio e lui quasi lo fa sembrare facile: ballare, cantare e metterci il cuore senza accennare ad alcuna imperfezione, senza esitazioni date dalla stanchezza.
La scaletta scorre e i primi brani sono proprio quelli tratti da Sono un grande, sicuramente i più energici: Cuore rotto e Fingo & spingo. E Ferro spinge di brutto, ma questo è solo l’inizio. A un certo punto ti aspetti qualche cedimento. Anche perché è impossibile - mi sono detta - che abbia messo Xdono come trentaduesima canzone in scaletta. È proprio da masochisti per il fiato che richiede quel brano. Ma in Tiziano bisogna avere fede.
Già quando al sesto brano indossa abiti urban: una felpa con la scritta “Tiziano” dietro le spalle, e si cimenta in una coreografia hip hop con il corpo di ballo in L’olimpiade, ti accorgi che quell’uomo lì non è invecchiato affatto da quel 2001, quando uscì la canzone.
Poi arriva il romanticismo di Ferro, quello che ti riaccende la nostalgia per il primo amore delle scuole medie. Il regalo più grande la dedica a tutti coloro i quali, attraverso messaggi scritti su cartelloni, gli chiedono di ricevere gli auguri di compleanno.
Ti scatterò una foto ci riporta dritti sul Ponte Milvio, a scrivere i nostri nomi sui catenacci. E non importa che abbiate o meno un partner, pure le situationship vanno bene.
Ma Tiziano Ferro è anche R&B. D’altronde al podcast di Gazzoli aveva dichiarato quanto gli piacesse eseguire Hai delle isole negli occhi. Che potrebbe sembrare un brano non adatto al concerto in stadio, ma la verità è che Tiziano con la sua versatilità è capace di trasformare ogni ambiente nel suo e farci ciò che gli pare.
Poi arriva lei, il secondo inno d’Italia, quella che canti rigorosamente con la mano sul petto e a tutte le serate karaoke della penisola: Sere nere. E al “vuoi rimanere?” si lacrima, pochi caz*i. E siccome il devasto emotivo non è mai troppo, subito dopo arriva Non me lo so spiegare. Al che ti viene voglia di scrivere al tuo ex, perché proprio davanti a te ti ritrovi la coppietta che limona con trasporto che ti fa dimenticare degli anni di psicoterapia che hai dovuto affrontare per quella relazione tossica.
Menomale che Tiziano ci vuole bene e dopo ci piazza Indietro, giusto per farci ricomporre un attimo e non aumentare il carico per non spingerci all’insano gesto che finirebbe per interrompere quel sacrosanto no contact che abbiamo faticato tanto a mettere in atto.
Ma c’è anche del sadismo in questa scaletta, perché si ha giusto il tempo di prendere fiato con un pezzo ritmato che poi ci si ritrova di nuovo tra le lacrime con L’ultima notte al mondo e L’amore è una cosa semplice. E la mia psicologa su questo non sarebbe affatto d’accordo. Oltre al fatto che per la quantità di fazzoletti sprecati, mi dispiace pure un po’ per gli alberi quindi, già che ci sono, piango pure per quelli. Ma quando Tiziano canta gli devi dare ragione. Zero repliche.
La scaletta prosegue e sembra di stare sulle montagne russe emotive di Ferro, che sembra un gioco di parole ma non lo è. Perché Tiziano ci trascina tra una salita e una discesa e noi, inermi, lo seguiamo, ma coscienti che non cadremo perché pure la sofferenza cantata da lui diventa un luogo comodo e sicuro.
Però, dopo Il conforto in acustico, la vitalità di Stop dimentica, il “non so se sai che ti amoooooooo” di Imbranato (causa della mia attuale afonia), i flash accesi che oscillano su E fuori è buio e le parole de La fine ben scandite tra un singhiozzo e l’altro, arriva un momento speciale. Quello in cui Tiziano omaggia la grande amica, il grande mito: Raffaella Carrà. E lo fa prima con un subline intro piano e voce su A far l’amore, mentre sui Ledwall scorrono delle immagini sfocate di Raffa. Con la voce di Tiziano che recita parole che suonano come carezze decise: “Raffaella. Amica mia. Te ne sei andata senza disturbare, senza svelare il tuo dolore. Che classe. Che ennesima lezione di vita”. E poi “Basta malinconia” e parte E Raffaella è mia: si balla e i telefoni sono quasi tutti via.
Questo è anche il bello dei concerti di Tiziano: non c’è l’ossessione compulsiva di riprendere tutto. Il pubblico gode con tutti e cinque i sensi e per quelle tre ore si scorda della sua identità social. I telefoni alzati ci sono, sì. Ma giusto il tempo di immortalare l’emozione, poi la musica dissolve tutto.
Su Alla mia età abbiamo cantato tutti tra le lacrime e ci siamo guardati tutti mentre guardavamo Tiziano, scambiandoci un sorriso complice colmo di gioia. Perché essere all’Allianz Stadium il 10 giugno 2026 è stato un privilegio. E tutti noi presenti lo sapevamo mentre lo stavamo vivendo.
Lo show sembra essere terminato con una commovente e grintosa Per dirti ciao. Ma il pubblico grida “Tiziano Tiziano” a gran voce e lui, come previsto, torna sul palco con una versione inedita di Rosso relativo. Poi, la consacrazione della serata con la canzone più rappresentativa del momento: Lo stadio. E lì tutti ci siamo abbracciati: tribune e prato uniti in quel profondo sentimento di appartenenza che può generarsi anche in uno spazio enorme come l’Allianz.
Infine, Xdono. E lì ti rendi conto che Tiziano, sì, è proprio il masochista che avevi pensato. Ma fino all’ultima goccia di sudore, il Ferro si porta a casa pure quella e le malelingue col fiatone già dopo cinque minuti di tapis roulant: mute.
Tutto bellissimo. Le scenografie, le coreografie, la band e i chitarristi con i loro assoli che intervallavano la serata. Ma il vero protagonista è stato Tiziano, mosso da una grande professionalità, ma soprattutto da un amore sconfinato nei confronti del suo pubblico, a cui si rivolge ancora con estrema delicatezza, come fosse un emergente qualunque. Perché la musica vola in alto e rimane nel tempo solo se a farla è un animo gentile come il suo. E, si sa, sul palco non si può barare.
Ma, al di là della poesia, partecipare a un concerto di Tiziano può diventare anche faticoso. Non solo perché poi devi fare i conti con le trecentomila sfumature di emozioni che hai provato nel giro di tre ore, ma anche perché - se non hai un’auto - devi trovare come tornare a casa. A fine concerto sembrava di stare dentro Milano Centrale: la gente correva a destra e a manca per rincorrere l’ultimo bus, chi chiamava i taxi e li trovava non disponibili. E poi c’ero io, che volevo solo tornarmene il prima possibile nella mia cameretta a San Salvario per provare a decifrare quel caos di emozioni che mi avevano attraversato, nel mio silenzio.
E allora, nella frenesia di voler tornare a casa, ho fermato un taxi che si accingeva ad uscire dall’Allianz. Era già occupato da due signore, ma, oh, io avevo un’urgenza: dovevo andare a decifrare. Quindi, gentilmente ma anche con un po' di faccia tosta, ho chiesto se potessi salire con loro. Le due signore borghesi hanno acconsentito e abbiamo smezzato la corsa. Le ringrazio ancora, se mai dovessero leggermi.
E mentre il radiotaxi continuava a ripetere in loop: “centinaia e centinaia di corse richieste all’Allianz Stadium”, io arrivavo a San Salvario con un sacco di cose da scrivere su questa serata che mi ha ricordato perché ascolto Tiziano Ferro da più di vent’anni. E no, non perché sto invecchiando, ma perché Tiziano non è solo un cantante, è una parte della nostra storia e unisce generazioni. Come te lo spieghi sennò che una ragazza che vive a San Salvario torna a casa canticchiando le canzoni di Tiziano con due signore borghesi di Crocetta, su un taxi imbottigliato nel traffico post concerto a mezzanotte?