In un precedente articolo avevamo approfondito il tema del Tax Credit Musica, un incentivo nato nel 2013 per sostenere gli investimenti nel settore discografico, che oggi è al centro di un dibattito: se da un lato ha favorito la crescita dell’industria musicale italiana, dall’altro emergono dubbi sull’efficacia dei criteri di assegnazione. Noi di MOW avevamo evidenziato come gran parte delle risorse finisca a progetti sostenuti da artisti e strutture già affermati e come molti album finanziati non ottengano risultati significativi sul mercato, sollevando interrogativi sull’equità dell’incentivo. Francesco Sarcina, storico frontman de Le Vibrazioni e attualmente in una fase di totale autoproduzione artistica, ha risposto ad alcune domande sull’effettiva efficacia della misura, raccontando specifiche esperienze personali legate al mondo della discografia e a come funziona dall’interno. L’artista ci racconta tutto ciò che non sappiamo.
Nel 2025 i progetti discografici di Francesco Gabbani, Angelina Mango e Tiziano Ferro hanno beneficiato dell’incentivo. Lo ritieni appropriato? Tu cosa ne pensi del Tax Credit Musica?
Il Tax Credit Musica è una presa per il c*lo. Partiamo dal presupposto che l’Italia è la Nazione che meno investe nella cultura e nell’arte, nonostante possieda una grossa percentuale di beni culturali. Senza nulla togliere a Gabbani, Mango e Ferro, ma se tu concedi loro un Tax Credit, in realtà lo stai concedendo alla discografica. Non sarebbe più intelligente darlo ad una fascia di artisti che hanno seriamente bisogno dell’incentivo? Da precisare che chi viene agevolato dal Tax Credit non è l’artista, ma chi ci sta dietro. Tutto ciò a cui pensano oggi nella musica sono i soldi, non c’è nulla di artistico. Per loro il 99% è business e l’1% è arte. Tra l’altro, per quanto riguarda Gabbani, si tratta del mio ex management: dei fenomeni, ovviamente dico in senso ironico.
Come funziona dall’interno il sistema musicale italiano?
Oggi in Italia quando un artista sta fermo, spesso non lo fa per un discorso artistico, ma per un fattore economico che calcola chi sta dietro. A volte tu da artista hai un sacco di cose da produrre, ma a loro non conviene investire sulla produzione perché ha dei costi. Il mondo della musica è un ginepraio. Il Tax Credit non è il problema in sé, l’idea va benissimo, ma bisogna darlo ai giovani che non hanno la possibilità di sostenere determinate spese legate alla produzione. Dovrebbero veramente valutare chi lo chiede, se lo concedono a società che fanno già grandi fatturati, non ha senso. Lo Stato ci massacra di tasse. Basti pensare ai locali, che se devono ospitare un artista live devono fare i conti con diverse uscite economiche, SIAE compresa, che ti tutela sì, ma ti fa anche pagare un sacco di soldi. È per questo che i locali rinunciano alla musica live. E tutto questo comporta una diminuzione della fauna del mondo musicale che porta i giovani a rimanere a suonare nelle sale prove, perché non hanno posti dove andare a suonare. Perché in Italia o sei iper conosciuto o nessuno ti chiama per suonare. C’è un sacco di marcio.
A proposito di artisti molto famosi, pensi che oggi molti dei numeri che vengono celebrati siano gonfiati?
Certo. Se oggi come artista vendi il disco, magari fai anche grandi numeri, ma poi di quel guadagno in tasca ti resta poco: l’80% del guadagno va alla discografica. Oggi sarebbe necessario istruire i giovani, attraverso magari un corso didattico, su quelli che sono i diritti d’autore e le edizioni. Tu da artista regali le edizioni a delle entità che le usano per farti passare in radio, non è normale che una radio debba prendersi le edizioni. Poi, per carità, se un artista nel mercato vale zero, è giusto che la discografica investa e si riprenda i soldi che ha investito nel momento in cui arrivano i guadagni. Invece loro non rischiano, dicono di rischiare, ma in realtà si mettono già a posto prima chiedendo soldi agli artisti.
Cosa è cambiato da quando il progetto Le Vibrazioni è emerso nel mercato discografico?
È cambiato il modo di f*tterti. Prima c’era veramente “la vetta”. Io ho venduto milioni di album, secondo te di questi milioni di guadagni io cosa ho visto? Avevamo il 10% diviso cinque, perché noi de Le Vibrazioni eravamo quattro e il manager era il quinto con cui dividere. A quei tempi giravano più soldi e tu, da giovane artista, vedendo due lire non capivi più niente. Io non facevo i calcoli che faccio adesso da adulto. Bisogna considerare le spese che comportano la produzione del disco, dei videoclip e tutto ciò che comporta la fase produttiva in generale: alla fine i guadagni non sono mai abbastanza. Prima però almeno ci si basava sulle vendite. Ti racconto questa: se prima, ad esempio, stampavi 300.000 copie dell’album e ne vendevi 150.000, per loro era un flop. E le copie invendute, invece di rimetterle nel mercato, le mandavano al macero. Perché a livello fiscale conveniva bruciare i dischi invenduti in modo da non pagarli. Investivano, sì, ma facevano questi magheggi.
Ci racconti un’esperienza personale in merito?
Quando stavo per uscire con Dedicato a te, io ho firmato un contratto a vita per concedere le edizioni di tutti i miei brani (quelli che avrei ancora dovuto fare), per avere 20.000 euro che mi servivano perché mio padre stava male. E io ho ceduto tutto per avere questi soldi. Io pago tuttora le conseguenze di questo contratto. Quando sei giovane fai così. I giovani oggi si illudono perché hanno milioni di ascolti, quando poi i guadagni sono veramente minimi.
Pensi che oggi ci sia meritocrazia nel mondo della musica?
No, oggi la musica la fanno gli influencer. È più importante il modo in cui ti atteggi. Se avessimo un po’ di cultura musicale ce ne renderemmo conto. Non sanno cantare, non sanno scrivere, in diciotto scrivono una canzone di m*rda, che mio figlio di quattro anni scriverebbe meglio. Oggi c’è un livello di attenzione veramente minimo, anche per quello che riguarda la lettura delle notizie: tutto si basa sul titolo. La gente commenta le notizie del mondo basandosi sul titolo e basta. Prima i tuttologi erano al bar, ora stanno in rete e commentano senza approfondire. Paradossalmente il bar è diventato il posto dove trovi gente che sa davvero qualcosa. Si è ribaltato tutto.
All’ultimo Festival di Sanremo ha preso parte solo una band. Come sintomo del fatto che oggi le band sembrano scomparire progressivamente. Come mai?
Chiaramente oggi è più facile investire su un unico artista, piuttosto che su una band.
È che le band sono un impegno. Sanremo è una vetrina incredibile, il come viene gestito però è un altro discorso. Loro devono riempire delle caselle: una band, un rapper, un’artista giovane femminile, uno maschile e così via. Tant’è vero che Sanremo sceglie gli artisti per la fama, a prescindere dal valore artistico, perché sa che la fama dell’artista porta ascolti al programma. Anche se dicono che valutano la canzoni, loro fanno un discorso mirato a portare più gente possibile a vedere Sanremo. Se sei un artista che ha venduto poco, ma magari su Youtube macini milioni, sei favorito. Lo share si alza per questo motivo. La direzione artistica non è più basata sulla bellezza della canzone. Per esempio, l’autotune da Sanremo dovrebbe assolutamente essere eliminato, perché educa i giovani al fatto che cantare sia facile. Non stimola a migliorare se stessi: prima di prendere per il c*lo il popolo, questi artisti lo fanno con se stessi, perché non sono dei cantanti. David Bowie diceva che la fama serve solo per avere un buon posto al ristorante e tutti pensano a quel posto, non alla qualità. Oggi si parte dal presupposto della fama, per questo siamo pieni di m*rda. Il 98% che senti oggi è m*rda, una presa per il c*lo. O magari c’è chi canta bene ma scrive delle strofe orrende, per esempio.
C’è un tuo progetto che avrebbe meritato più di quello che ha avuto?
Tanti. Tralasciando il percorso da solista che ho fatto perché ne avevo bisogno, ma poi mi sono reso conto che si distingueva poco da ciò che facevo con Le Vibrazioni e ho lasciato perdere. Un disco che meritava di più per me è Le strade del tempo. Perché quello è stato un momento in cui le discografiche litigavano con le radio. Quindi quando è uscito il disco, nonostante avesse dentro tanta bella roba, non è successo niente. Nel mercato ci sono sempre altre priorità che sovrastano il discorso qualità. Oggi chi si occupa di gestire gli artisti non ha idea di cosa sia la musica. A me è saltato un musical perché un sedicente businessman che sta dentro al teatro nazionale ha deciso che i biglietti venduti erano pochi, facendo male i conti. Perché fondamentalmente lui prima vendeva telefonini, non aveva le competenze per gestire la cosa. E questo succede molto spesso nel mondo della musica. In questo modo tutto ciò che fa un artista viene vanificato. Oggi siamo nell’era della vanificazione. Nei talent duri sei mesi, dopo che magari hai fatto tanta fatica durante quel percorso, quando il talent ricomincia con nuovi volti, tu vieni cancellato.