Luca Guadagnino ha definito Top Gun: Maverick un film bruttissimo. Non è una posizione scandalosa. Anzi, il film di Joseph Kosinski è probabilmente uno dei blockbuster più criticabili degli ultimi anni, e certamente uno dei più discussi, come dimostrano le reazioni spesso polarizzate della critica e del pubblico. Lo si può accusare di essere ideologicamente conservatore, di celebrare una certa idea di America, di trasformare Tom Cruise in una sorta di reliquia vivente di un immaginario maschile che il cinema contemporaneo continua a riesumare con una certa ostinazione. Si può persino sostenere che il suo enorme successo racconti qualcosa di inquietante sul desiderio collettivo di rifugiarsi in un passato percepito come più stabile e rassicurante del presente. Nessun problema. Il problema, semmai, è un altro. È il modo in cui Guadagnino arriva a quel giudizio.
Perché nel suo ragionamento il bersaglio non sembra essere tanto Top Gun: Maverick quanto la nostalgia stessa. Il film diventa il sintomo di qualcosa di più grande: quella che il regista definisce un'economia della nostalgia, un sistema culturale incapace di immaginare il futuro e sempre più impegnato a monetizzare il proprio passato attraverso sequel, remake, revival e proprietà intellettuali riesumate. Una diagnosi che, peraltro, è difficile contestare. Basta guardare i listini delle major hollywoodiane per accorgersi che il presente sembra interessare molto meno del catalogo. Anzi, viene quasi da pensare che Guadagnino sia persino troppo indulgente nel descrivere un'industria cinematografica che da anni sembra aver sostituito l'immaginazione con la gestione dell'inventario.
Eppure, questa non è la prima volta che Guadagnino affronta il tema. Anzi, per capire davvero cosa c'è dietro la sua stroncatura di Maverick bisogna fare un passo indietro e tornare alle dichiarazioni che qualche tempo fa avevano fatto infuriare una parte del mondo culturale italiano. Quelle su Federico Fellini.
Quando Guadagnino ha definito Fellini “noioso e prevedibile”, la maggior parte delle persone si è fermata esattamente dove lui probabilmente sapeva che si sarebbe fermata: all'insulto, alla critica al grande e venerato maestro, allo schiaffo nei confronti dell'icona. Del resto, succede sempre così quando qualcuno mette in discussione uno dei pochi monumenti culturali che in Italia conservano ancora una forma di sacralità. Ci si divide tra chi grida al sacrilegio e chi applaude alla provocazione, mentre il ragionamento finisce sullo sfondo. Eppure, anche in quel caso, il ragionamento era molto più interessante della provocazione.
Perché subito dopo Guadagnino spiegava ad Aldo Cazzullo che il problema non era Fellini in sé, ma il momento in cui un artista diventa un canone. Citava Bergman, ricordava la celebre frase secondo cui un regista sarebbe finito nel momento in cui avesse iniziato a fare film “alla Bergman” e concludeva che Fellini, a un certo punto, aveva iniziato a fare film proprio felliniani. In fondo stava parlando di una questione che attraversa tutta la storia dell'arte: la differenza tra uno stile vivo e uno stile che diventa maniera.
Personalmente trovo che anche quel ragionamento presenti qualche problema. Ridurre un autore alle proprie ossessioni è sempre rischioso. Se applicassimo lo stesso criterio, per esempio, a Miyazaki, dovremmo concludere che ha passato quarant'anni a raccontare sempre gli stessi tre temi: il volo, l'infanzia e il rapporto con la natura. Se lo applicassimo a Scorsese, parleremmo soltanto di gangster, cattolicesimo e senso di colpa. Se lo applicassimo ad Antonioni, potremmo liquidarlo come uno che ha girato decine di variazioni sull'alienazione borghese. La storia dell'arte non funziona mica così. I grandi autori tornano continuamente sugli stessi nuclei, ma ciò che conta non è il tema, bensì il modo in cui quel tema viene riformulato, contraddetto, complicato e persino tradito nel corso del tempo. Fellini non è diventato Fellini perché raccontava sempre le stesse cose. È diventato Fellini per il modo in cui continuava a reinventarle.
Ma il punto interessante è un altro. La riflessione di Guadagnino stava parlando del rischio che l'arte diventi formula, che il linguaggio si irrigidisca, che uno stile smetta di produrre sorpresa e frizione per trasformarsi in un marchio di fabbrica. Una preoccupazione che si può condividere e che appare sempre più attuale in un'epoca in cui il riconoscimento immediato sembra contare più della ricerca.
Il problema è che ciò che funziona come critica a un canone funziona molto meno come critica a un film.
Perché che Top Gun: Maverick sia nostalgico non è una scoperta critica, è quasi la raison d'être. È nostalgico nella premessa, nella struttura narrativa, nella colonna sonora, nei richiami visivi, nel modo in cui costruisce il ritorno di Tom Cruise e, in fondo, nello stesso Tom Cruise. È un film che guarda continuamente all'indietro. La vera domanda, però, dovrebbe essere un'altra: che cosa fa di quella nostalgia?
Perché la nostalgia, da sola, non significa niente. Non significa qualità ma neppure mediocrità. Non significa profondità né superficialità. Significa soltanto che un'opera instaura un rapporto particolare con il passato. Il resto dipende da ciò che un autore riesce a costruire a partire da quel materiale.
Altrimenti dovremmo sbarazzarci di una parte enorme della cultura. Proust ha costruito un capolavoro sulla memoria. Wong Kar-wai ha fatto della nostalgia una grammatica sentimentale. Lo stesso Fellini, quello che Guadagnino accusa di essere diventato prevedibile, ha trascorso una vita intera a inseguire ricordi, fantasmi, autobiografie reinventate e immagini di un passato che non smetteva mai di ritornare in sogno.
Il punto è che a un certo momento il discorso di Guadagnino sembra compiere un salto. Parte da una diagnosi culturale che condivido quasi completamente e arriva a una conclusione estetica che trovo molto meno solida. Hollywood vive davvero di revival, sequel e proprietà intellettuali riesumate. È difficile negarlo. L'industria culturale contemporanea appare spesso incapace di immaginare il futuro e infinitamente più interessata a monetizzare il passato. Ma il fatto che un'opera nasca dentro questo sistema non basta a determinarne il valore.
Se fosse così, il lavoro sarebbe finito prima ancora di entrare in sala. Remake? Bocciato. Sequel? Bocciato. Proprietà intellettuale preesistente? Bocciata. Nostalgia? Bocciata.
Una forma di critica straordinariamente efficiente, oltre che completamente inutile.
Basterebbe compilare una scheda tecnica e il giudizio arriverebbe prima ancora della visione. Non servirebbe guardare il film, ma soltanto leggerne la carta d'identità. Sarebbe comodissimo. E sarebbe anche la morte della critica cinematografica e del giudizio in senso più generale.
La cosa paradossale è che questa distinzione dovrebbe essere particolarmente chiara proprio a Guadagnino. La sua intera filmografia è costruita sul dialogo con materiali preesistenti. Suspiria nasce da Argento ma non è Argento. A Bigger Splash nasce da La Piscine ma non è La Piscine. Queer nasce da Burroughs ma non è Burroughs. In nessuno di questi casi il passato viene semplicemente replicato. Viene attraversato, trasformato, discusso. E, a voler essere cattivi, talvolta anche depotenziato, sfibrato e reso incredibilmente meno affascinante. Ma mai semplicemente replicato.
Perché un artista può certamente diventare una formula, così come un'industria può certamente diventare schiava del proprio passato. Ma la nostalgia, da sola, non è mai una colpa. È soltanto uno dei tanti modi attraverso cui il presente continua a fare i conti con ciò che non riesce a lasciarsi alle spalle. È un materiale, un dispositivo narrativo, uno strumento nelle mani, in questo caso, del cineasta.
Forse il punto è che Adorno aveva capito una cosa che oggi rischiamo di dimenticare. L'industria culturale esiste, produce formule, standardizza il gusto, monetizza la nostalgia e trasforma il passato in merce. Tutto vero. Ma il valore di un'opera non si lascia mai dedurre completamente dalle condizioni che l'hanno prodotta. Se fosse possibile, la critica non servirebbe più. Basterebbe la sociologia o il marketing. Tra le premesse di un'opera e il risultato finale esiste sempre uno scarto. È dentro quello scarto che nasce il giudizio critico. Ed è lì, qualche volta, che nasce anche l'arte.