Torna in terra italica Beatrice Venezi per la Carmen di Bizet (dite a Chiara Valerio che Carmen è di Bizet, non di Verdi) al Teatro di Pisa, e la prima è un sold out cristallino. Non ci si poteva aspettare nulla di diverso vista la polarizzazione della vicenda che in confronto guelfi e ghibellini sono pischelli che giocano a biliardino in parrocchia.
Minimizza, scherza, suggerisce la nuova versione luxury della richiestissima spilletta: insomma, non dà manco un po’ di soddisfazione ai suoi detrattori, perculandoli.Torna, appunto. E parla.
L’effetto è come quando spruzzi il DDT nella tana delle formiche: scappano velocissime e si sparpagliano, isteriche, tra editoriali social sgrammaticati e articoli contriti. Uno spettacolo godibilissimo.
Che poi chissà cosa si aspettava chi da quattro mesi bullizza Venezi sui social e chi, sui giornali, ha smesso di fare critica per infilarsi l’uniforme del militante.
Un pentimento in ginocchio sui ceci? Un mea culpa invocando pietà divina? Le lauree al rogo nella pubblica piazza? O l’esilio volontario a Capraia armata di cilicio a leggere insulti, illazioni e pregiudizi?
Venezi decide di usare un registro leggero, è visibilmente provata - e vorrei vedere - ma anche concentrata, a fuoco e soprattutto decisa a portare avanti le sue ragioni. Che, lo dobbiamo ricordare, sono sacrosante.
Beatrice Venezi sta subendo attacchi vergognosi da mesi per essere stata nominata direttore musicale di una fondazione lirico-sinfonica finanziata da fondi pubblici (senza i quali non esisterebbe, va ricordato) che prevede da statuto che la nomina spetti al sovrintendente. E i sindacati stanno protestando e facendosi voce delle maestranze non per un diritto perso, un sopruso, uno sfruttamento, ma contro una lavoratrice nominata legittimamente.
E anche la questione dell’interpellare l’orchestra prima della nomina di una carica musicale non succede sempre e in tutti i teatri, sarebbe auspicabile - l’ho già scritto decine di volte - ma non è così: perché è prassi, non norma.
Dunque, di cosa stiamo parlando?
È stata fin troppo elegante nelle sue dichiarazioni, lasciando intendere che stiamo vedendo solo la punta dell’iceberg di un’operazione che, quando verrà tutto allo scoperto, farà arrossire molti e creerà un precedente pesante, di cui qualcuno dovrà prendersi la responsabilità. Perché l’orchestra, il coro e tutti i lavoratori coinvolti si sono prestati obbedienti a una spettacolarizzazione mediatica - l’ultima a Splendida Cornice qualche giorno fa - scomposta e controproducente per un Teatro di quella tradizione.
A guardare bene, la musica classica aveva bisogno di un trattamento shock come questo, qualcosa che portasse visibilità e soprattutto mettesse in luce le crepe e i cantieri abbandonati da anni: giochi di potere, valzer delle poltrone, corruzione sistemica ad ogni livello nascosta dietro Schubert, Kurtág, Gubaidulina.
Solo che una cosa è la musica. Un’altra è il settore. Non si può usare lo scudo della magnificenza della Missa Solemnis di Beethoven come copertura per un sistema corrotto.
Un sistema che favorisce sempre gli stessi nomi; che olia i meccanismi opachi degli scambi di concerti; che avalla lo strapotere di quegli insegnanti di Conservatorio che obbligano illegalmente gli allievi a frequentare le loro masterclass estive (c’è un’inchiesta di Mowmag proprio su questo); che alimenta una rete consolidata di lezioni private in nero, spesso determinanti per la vittoria di concorsi pubblici; che sguazza nel fango della valutazione dei titoli nelle graduatorie di insegnamento rendendolo l’humus ideale per benefici ad personam.
Serviva un faro puntato. E l’Affaire Fenice è stato questo: l’inizio della fine di un’epoca, lo svelamento di una casta che, da ora, sarà sotto la lente di ingrandimento.
Ma state bene attenti: questa casta è trasversale politicamente. È sbrigativo pensare sia solo di sinistra. Si divide in intoccabili e sacrificabili: i primi non sono politicamente impegnati, ma schierati a comando per difendere i loro interessi.
Beatrice Venezi ha avuto l’ardire di prendere posizione, uscendo dall’accezione comune di musicista quale “maggiordomo senza volto del genio”, come Alex Ross definisce i pianisti integralisti che non accettano le evoluzioni comunicative degli artisti di musica classica. Ha dichiarato la sua appartenenza, facendo sussultare chi fa di tutto per tenerla nascosta mentre prolifera nell’ombra delle convenienze bipartisan.
Per questo vanno stanati. E per rendere giustizia a chi, invece, lavora, insegna e ama la musica e il proprio lavoro con onestà, ma è messo all’angolo da chi sa muoversi al buio dell’ambiguità e dell’opportunismo. Facciamo che anche la musica classica rinasca dalle sue ceneri. Non solo La Fenice.