Ai tempi dell’università ricordo che la sua Teoria dell’agire comunicativo in due tomi era notoriamente ritenuta noiosa e oggi la sua recente storia della finale che campeggia sugli scaffali della Feltrinelli ovviamente superflua. I suoi scritti sulla laicità, la scienza e la religione erano delle varianti pedanti del liberalismo classico, ben più convincente, e soprattutto scevro di tutta quella sociologia che accontenta i filosofi alla ricerca di un nuovo illuminismo (o, peggio, di un nuovo positivismo). Primo di quella nuova generazione di studiosi della Scuola di Francoforte che ha tentato di salvare il salvabile da una corrente che aveva inzuppato il cervello nel marxismo, nella psicanalisi e in altre imposture intellettuali, è stato anche il primo ad aprirsi a discorsi più analitici, e cioè anglosassoni, comprendendo ciò che decenni dopo intuirono anche i Maneskin: e cioè che se canti in inglese avrai più pubblico e quindi più successo.
Complice il nome tedesco e l’avversione verso la sintesi, Jürgen Habermas è stato definito spesso uno dei filosofi più importanti del nostro tempo, se non il più importante. In un certo senso è così se si esclude il fatto che la sua difesa della socialdemocrazia non è altro che un'elaborazione prolissa del senso comune europeo, e cioè di quei cittadini che convivono con i propri sogni di libertà individuale solo se possono allo stesso tempo sentirsi in colpa per i più sfortunati e giustificare così il welfare state. Di lui resterà soprattutto l’aura, raramente preferita a quella dei più o meno coevi postmodernisti, poststrutturalisti, decostruzionisti e vari quaquaraquà, e i suoi libri che abbelliscono le librerie di studiosi subito convertiti, dopo aver speso cinquanta o cento euro per i suoi libri, alla French Theory e all’operaismo italiano. Secondo i più la sua peggiore colpa è stata quella di essere stato troppo poco marxista, il suo miglior pregio quello di essere stato non troppo liberista.
Avevano persino provato a interpellarlo all’inizio della guerra israelopalestinese, ma fu subito scartato dopo essersi presentato ai provini per aspiranti maitre à penser degli studenti di scienze sociali e storia della moda con un po’ di senso del pudore e memoria novecentesca, che gli impedì di giudicare diabolici (e magari pure tirchi) gli israeliani proprio all’indomani di un attacco terroristico. La verità è che di Habermas è fregato poco a pochissimi per svariati decenni. Ha attratto, come attrae ancora un po’ Sloterdijk, chi arrivando dalla filosofia continentale cercava uno stile un po’ più pulito, senza voler abbandonare tuttavia quell’allure di kantismo che fa sempre “pensatore serio”. Ma in un mondo di lettori di Nietzsche il kantismo è fin troppo petresco e antiletterario. Meglio i Derrida da cui puoi pur sempre trarre qualche spettacolo teatrale e qualche frase a effetto, va da sé, per accalappiare le matricole della triennale innamorate di se stesse e delle proprie giacche scamosciate.