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La benedizione

“La cultura non si liquida” dicono i dipendenti della Hoepli che sta chiudendo. E perché no?

Riccardo Canaletti

14 marzo 2026

“La cultura non si liquida” dicono i dipendenti della Hoepli. E perché no? La libreria milanese chiude e a un passo dalla fine di una storia lunga centocinquanta anni l’intellighenzia si aggrappa agli slogan illogici di chi soffre perché sta per perdere il lavoro. Magari hanno ragione, ma è molto più probabile di no

“La cultura non si liquida” dicono i dipendenti della libreria Hoepli. E perché no? Intanto quello che vorrebbero dire è che i dipendenti della Hoepli non si licenziano, e in questo la cultura non c’entra niente. Se avessero fatto i camerieri avrebbero scritto “le posate non si liquidano”. La Hoepli chiude perché gli hoeplini, gli eredi del vero Hoepli che 156 anni fa fondò la casa editrice e la libreria fsenza sapere cosa sarebbe successo, non sanno andare d’accordo. Ci sono troppi euro di mezzo per volersi bene. E con questo? A chi spetta scegliere se la Hoepli deve o no chiudere se non agli eredi del fondatore? Abbiamo già fatto questo errore con gli Elkann, la fuga di Stellantis e la vendita de La Repubblica, con la differenza che almeno in quel caso avevamo qualche milione in più di soldi pubblici regalati per poterci arrabbiare.

Chude la libreria Hoepli di Milano, una delle più antiche e grandi
Chude la libreria Hoepli di Milano, una delle più antiche e grandi

Tornando alla cultura che non si liquida: forse la cultura è più importante del cibo o dei vestiti? Eppure sia il primo che i secondi seguono le regole del mercato e se un’azienda che produce pasta o scarpe deve liquidare, liquida. Perché con la cultura non dovrebbe essere così? La risposta è nella scuola, che ci insegna quali siano i valori irrinunciabili dell’essere umano: la Costituzione, la cultura, la riciclata e l’energia solare. Almeno tre di queste cose sono decisamente sopravvalutate. I dipendenti del settore cultura credono di svolgere un servizio santo ma non sono diversi dai farmacisti e dai commessi. Non sono migliori soprattutto. E nascondersi dietro lo spaventapasseri della cultura è fare il peggior uso dei libri che si possa immaginare: è cioè trasformarli in una scusa. I dipendenti che perderanno il lavoro si trovano a dover affrontare una situazione infausta ma è la stessa di qualsiasi altro italiano che legge meno di tre libri all’anno (fonte Istat) e ascolta Sal Da Vinci ignorando quei sette piani confusionari dietro al Duomo. Si, gli stessi citati da Rossana Rossanda, altro vetusto riferimento di un’Italia che i colti credono non esista più, e che invece non è mai esista.

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