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9 maggio 2026

I discorsini del David di Donatello? “Dicono che è il momento più basso della cultura mentre il cinema si mangia i due terzi del finanziamento pubblico”. Parla il poeta Rondoni: “Matilda De Angelis? La invito a un confronto con altri giovani artisti”

  • di Davide Rondoni Davide Rondoni

9 maggio 2026

Il cinema è in perdita, i film sono noiosi, le storie poco interessanti, ma gli attori, i produttori e i registi sono impegnatissimi e all’ultima edizione dei David di Donatello lo hanno dimostrato nuovamente, parlando di “momento più basso” della cultura in Italia e lamentandosi dei tagli ai finanziamenti, dimenticandosi che l’industria cinematografica è la più sostenuta dal ministero. Se vogliono vedere la vera “fame” di cultura, vadano dai poeti e danzatori. La lettera aperta del poeta Davide Rondoni, che chiude con un invito a Matilda De Angelis (che noi rilanciamo)

Foto: Ansa

I discorsini del David di Donatello? “Dicono che è il momento più basso della cultura mentre il cinema si mangia i due terzi del finanziamento pubblico”. Parla il poeta Rondoni: “Matilda De Angelis? La invito a un confronto con altri giovani artisti”

Non è mancata neanche questa volta la filosofa della cultura che ha “spiegato” la grave crisi culturale nell’Italia di oggi. Il momento più basso, pare, della nostra cultura. Tradotto, temo: tagli al cinema. Ai sociologi della cultura con statuetta d'oro in mano suggerirei di leggersi qualche statistica, qualche studio sui consumi culturali degli italiani. Forse si accorgeranno che anche in non si sa quali tempi d'oro (forse quelli in cui il cinema ha iniziato a mangiarsi i due terzi del finanziamento pubblico alla cultura?) i consumi culturali non erano diversi. E nemmeno prima. Non è che forse anche il cinema pinguemente finanziato non ha risollevato granché delle meste sorti culturali? Forse se ci sono problemi culturali non stanno nel minore o diverso finanziamento al cinema, ma magari nel riproporzionare il sostegno a diverse arti? O in riforme radicali della scuola di Stato o di Accademie e Conservatori, o del mercato editoriale? No, il problema della cultura per costoro si misura in soldi pubblici al cinema. Stanno diventando un po' stucchevoli queste filippiche dei "lavoratori del cinema " vestiti da Armani. Vogliamo iniziare a comparare i guadagni di questi lavoratori tra loro (tra quando prende un assistente di scena o un runner e un regista o un'attrice non protagonista, ad esempio)? E vogliamo compararli con quello di decine e centinaia di danzatori, musicisti, poeti, attori di teatro sempre sul lastrico e non meno dediti con impegno e cultura ad altre arti? E vogliamo comparare l'impegno e la ricaduta culturale (non di spettacolo) che ottengono migliaia di insegnanti sottopagati rispetto alla finanziatissima "industria" del cinema italiano? O quanta ricaduta culturale ottengono gli organizzatori di processioni, riti di vario genere, grandi feste di patroni con storie migliori e più avvincenti di quelle che ci offrono al cinema?

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Che se poi fosse una "industria" questo benedetto cinema italiano come dicono, beh al finanziamento conseguirebbe un ricavo, e invece è un'industria sempre in perdita, come mai? Allora non è un'industria, ma un ammortizzatore sociale di lusso. E come mai un film che sbaraglia tutti ai botteghini al David manco viene premiato né per regia o sceneggiatura o interpreti, se non un ovvio premio del pubblico (e ci mancherebbe pure, lo ha già premiato)? Forse perché appunto per questi "sociologi" della cultura che fanno gli attori o viceversa, gli italiani sono scemi. E non vanno a vedere i film che hanno dunque bisogno di finanziamento perché, si sa, gli italiani sono scemi. Tanto più scemi, direi, nonostante i decennali lauti finanziamenti al cinema (ripeto, due terzi del totale riservato a tutto il mondo artistico e culturale). Infatti gli italiani che nulla sapevano di quanti soldi il cinema si è mangiato in questi decenni (chiunque fosse al governo, perché le caste non hanno vere appartenenze, appartengono e provvedono solo a se stesse) rimangono da decenni in quella che Istat chiama "siccità culturale", siccità che ovviamente non tocca giardini e ville al mare di produttori, registi, attori di "grido" e sociologi del cinema. I poeti, si sa, non capiscono nulla (e infatti non guadagnano nulla), Ungaretti, Montale, Pavese e i contemporanei non ricevono un euro dallo Stato per la loro arte. E si arrabattano con vari mestieri. Ma almeno non fanno prediche con statuette d'oro in mano. E prima di parlare di crisi culturale dell'Italia hanno la decenza di informarsi (e di farsi un esame di coscienza, nel caso l'abbiano). Si possono sempre migliorare le leggi, ma non ripetere troppo spesso la stessa manfrina. Cambiate copione, signori. Sarò contento se nel caso la bravissima attrice Matilda De Angelis – solo l'ultima dei sociologi attori premiati – volesse accettare un confronto sulla crisi culturale d'Italia e sulle sue cause con un poeta, con una bravissima danzatrice, con un bravissimo giovane musicista, con una giovane bravissima insegnante.

https://open.spotify.com/show/5T9xxCp5taZVjub6B8YF56

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  • Cultura
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Foto:

Ansa

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