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Il Foglio compie trent’anni e ha cambiato la vita di un ragazzo

  • di Riccardo Canaletti Riccardo Canaletti

30 gennaio 2026

Il Foglio compie trent’anni e ha cambiato la vita di un ragazzo
Il Foglio ha cambiato la vita di chi scrive. La decisione di diventare giornalista, l’aspirazione di finire su quelle pagine e l’esempio dei foglianti: breve controstoria sentimentale e incompleta dell’unico quotidiano rimasto davvero “fedele alla linea”

di Riccardo Canaletti Riccardo Canaletti

Per chi ha scoperto il giornalismo dopo il Duemila ci sono un po’ di cose da dire: la carta era ancora carta, dieci, quindi anni fa, ma ci stavamo spostando verso il digitale. Per chi ha scoperto il giornalismo dopo il Duemila e se n’è innamorato, la carta non aveva il valore che aveva avuto per chi aveva vissuto il grosso della vita senza un telefono in mano né aveva il significato che di lì a poco avrebbe avuto per chi, per ragioni anagrafiche, non ha mai collegato carta e informazione. C’è questo limbo, di chi ha visto i giornali diventare “qualcosa.it”, che è anche il mio. E in questa terra di mezzo della nostra epoca che ho scoperto i quotidiani, non quelli al bar, ma quelli che compravo con i soldi che guadagnavo lavorando in spiaggia d’estate. Era l’anno dei voucher, prendevo quegli scontrini, quelle fatture, e li portavo in tabaccheria. Poi prendevo qualche rivista (ricordo la copertina di Rolling Stone su Marco Pannella) e quell’unico quotidiano. Il tabaccaio scalva il prezzo dei giornali dai contanti che mi dava sulle mani (e il resto lo avrei speso entro la giornata in una libreria della catena Mondadori in cui si vendeva anche usato: Urlo e Kaddish, On the Road, Il maestro margherita). Quel giornale era Il Foglio.

Ci sono quattro quotidiani importantissimi, nel bene e nel male, con cui ho dovuto fare i conti in questi anni, perché guardando alla storia italiana è chiaro che inaugurarono quattro modi diversi e necessari di concepire il giornalismo in Italia. Il primo e più vecchio è Il Giornale. Fondato nel 1974 da Indro Montanelli, aveva le migliori penne d’Italia e non solo. C’erano Mario Luzi, Geno Pampaloni, Enzo Bettiza, Nicola Abbagnano, Nicola Matteucci, Renzo De Felice. Oggi di quel Giornale non resta che il nome e pochissimi autori che portano avanti, quasi da eretici, una tradizione culturale rarissima. Uno su tutti Vittorio Macioce, uno dei migliori giornalisti culturali, se non il migliore, in Italia.

Poi nacque La Repubblica, era il 1976. Un giornale che ha indubbiamente contribuito a formare l’attuale establishment culturale italiano. Giorgio Bocca, Natalia Aspesi, Barbara Spinelli, Enzo Biagi, Alberto Ronchey e pure qualche mina vagante come Giampaolo Pansa, poi ripudiato. La Repubblica è stato il grande giornale antiberlusconiano della borghesia italiana. Mio nonno, prima democristiano e poi democratico, conservava pile di numeri di questo quotidiano negli armadi in soffitta e nella libreria. C’era anche altro, ma La Repubblica, su tutti, occupava un posto d’onore. Era la critica pulita, per quanto politicizzata. Oggi La Repubblica festeggia 50 anni e di quel giornale ha solo il nome e neanche più l’editore, la famiglia Agnelli. Negli ultimi anni è rimasto il giornale degli amichetti, della cosiddetta sinistra col rolex, ma ha perso in quanto a fascino persino a sinistra.

Facciamo un salto nel presente prima di passare al terzo per ordine cronologico: nel 2009 nasce Il Fatto Quotidiano, un altro dei giornali che ha cambiato la storia del giornalismo in Italia. Idealmente continuatore del giornalismo del Bel Paese che passava eccentricamente tanto per Biagi quanto per Montanelli, arrivava non solo per opporsi al berlusconismo, come dirà il suo primo direttore, Antonio Padellaro, nell’editoriale del primo numero, ma per opporsi a tutto l’arco politico. Insomma, a quella stessa “casta” che due anni prima venne analizzata e decostruita da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo (un libro che lo stesso Marco Travaglio mette nella biblioteca ideale del Fatto). Pochi giorni dopo, all’inizio di ottobre dello stesso anno, nascerà anche il Movimento 5 Stelle, il partito più vicino agli ambienti del Fatto: per giustizialismo e frustrazione verso la politica dei partiti. In diciassette anni il Fatto si è trasformato da progetto d’avanguardia a cassa di risonanza dell’opinione pubblica, da “megafono” del malessere civile a focaccia drogata del populismo giustizialista, la cui declinazione naturale sul piano culturale non può che essere di ascendenza sovietica e/o rossobruna.

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Il direttore del Foglio Claudio Cerasa

Resta il quarto giornale, terzo in ordine di nascita. È proprio Il Foglio, che ora fa trent’anni. Nato nel 1996, un quotidiano quasi senza immagini, che a pagina 2 del primo numero metteva un’intervista a Lucio Colletti, filosofo prima marxista e poi liberale di 71 anni, in qualche modo metafora di una rivoluzione mai iniziata, sempre auspicata, voluta da pochi, che l’Italia non riesce ancora a organizzare: quella liberale appunto. Un quotidiano culturale dall’inizio alla fine, dove la politica stessa non era questione di barricate, a meno che la barricata non fosse quella degli intellettuali. Un giornale, per dirla con un’espressione coniata da Sergio Ricossa in un suo saggio del 1980, “straborghese”. Liberale, liberista, occidentalista. Per alcuni berlusconiano (il direttore era Ferrara, altro “comunista pentito”), atlantista, oggi conosciuto principalmente perché garantista e filoisraeliano. Né maggioranza silenziosa né minoranza rumorosa, ma minoranza silenziosa, elegante, dolcemente complicata. Oggi continua a ospitare penne “eversive” perché conservatrici (paradosso lucido in un presente rarefatto) come Camillo Langone, arbasiniani autoironici come Michele Masneri, saggisti raffinati e per questo poco simpatici ai critici letterari politicizzati come Matteo Marchesini. E penne che disattendono quotidianamente il senso comune di questa nostra Italia conformista – e da qualche anno lo fanno anche con una casa editrice – come quella di Michele Silenzi (che parla di Nietzsche e Benedetto XVI e traduceva, in tempi non troppo lontani, le lettere del fratello di Bibi Netanyahu).

Di questo giornale, a trent’anni di distanza, ci resta tutto. La fierezza culturale, l’equilibrismo liberale, la nota libertaria e quella reazionaria, l’ensemble pluralista. Il Foglio è ancora oggi il quotidiano della società aperta, che non fa fatica ad auspicare ancora una novità trasversale alla destra e alla sinistra (sul Foglio, e non su La Repubblica, uscì l’articolo che anticipò la fondazione del Pd, quello di Michele Salvati), molto simile, per certi versi, alla linea editoriale della nuova Silvio Berlusconi Editore diretta da Barbara Berlusconi. Il Foglio è ancora minoranza silenziosa e va bene così. Ha messo insieme alcune delle migliori menti giornalistiche delle ultime generazioni, da Ermes Antonucci a Luciano Capone, passando per il Direttore Claudio Cerasa e il caporedattore e vaticanista Matteo Matzuzzi. Oggi, nell’età dell’irrazionalità politica, dove vincono il populismo di destra e di sinistra, le tende nei college e i libri bruciati dai repubblicani, Il Foglio fa la differenza. Ne fa poca? Sì, perché sono le sfumature a contare. Sfumature sottili come un foglio. Tanto è bastato a cambiarmi la vita e farmi decidere di fare questo lavoro.

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